
L'umiliazione africana di Taiwan e lo spettro del vertice Xi-Trump
La cancellazione forzata del viaggio del presidente taiwanese William Lai a eSwatini segna un nuovo, cocente smacco per Taipei e condensa in un solo episodio le dinamiche di pressione diplomatica che Pechino sta orchestrando su scala globale. Lai avrebbe dovuto presenziare alle celebrazioni per il quarantesimo anniversario dell’ascesa al trono di re Mswati III, ultimo monarca assoluto dell’Africa e – fatto cruciale – unico alleato diplomatico rimasto all’isola nel continente. Al suo posto è atterrato il ministro degli Esteri Lin Chia-lung, accolto con gli onori quasi riservati a un capo di Stato da un nugolo di sostenitori con bandiere taiwanesi, in una messinscena che non ha potuto nascondere il significato politico dell’assenza: eSwatini, piccolo regno incastonato tra Sudafrica e Mozambico, sta diventando il teatro di un duello asimmetrico in cui gli aiuti di Taipei possono sempre essere moltiplicati dalla potenza finanziaria continentale.
Dietro il gesto si legge la strategia del bastone e della carota con cui Pechino intende isolare l’amministrazione del Partito Democratico Progressista, accusata di perseguire una linea di sterile confronto. Fonti vicine agli ambienti della diplomazia cinese sottolineano come, al contrario, l’opposizione del Kuomintang venga blandita con aperture economiche e culturali che incentivano l’interdipendenza attraverso lo Stretto. Per la leadership di Lai, invece, ogni spostamento all’estero diventa una corsa a ostacoli: secondo le ricostruzioni fornite da Taipei, tre nazioni africane avrebbero negato i permessi di sorvolo o di transito, piegandosi alle insistenti richieste cinesi. Un comportamento che Washington, per bocca della Commissione Esteri del Senato, ha definito «irresponsabile» e foriero di un pericoloso precedente, chiedendo all’amministrazione americana di non normalizzare questo tipo di coercizione e di chiamare i Paesi coinvolti a rispondere delle proprie azioni.
L’episodio si carica di ulteriori inquietudini se letto attraverso la lente dei timori che filtrano dagli uffici governativi taiwanesi in vista del cruciale vertice tra Xi Jinping e Donald Trump, previsto a Pechino a metà maggio dopo un rinvio legato alla crisi iraniana. Il viceministro degli Esteri Francois Wu ha espresso apertamente la paura che Taiwan finisca «nel menu dei colloqui», sacrificabile in cambio di accordi commerciali o impegni d’acquisto. È un’ansia che attraversa l’intera regione indopacifica e che interpella direttamente anche l’Europa. Negli ambienti comunitari di Bruxelles si osserva con crescente apprensione il metodo cinese di usare la dipendenza economica come leva geopolitica, una tattica che da eSwatini al Pacifico insinua nelle cancellerie occidentali un interrogativo scomodo: quale piccolo alleato sarà il prossimo? Per l’Italia, che intreccia con Pechino relazioni commerciali robuste ma ha visto sfumare l’adesione alla Via della Seta, la vicenda africana di Lai rappresenta un promemoria sulla necessità di un coordinamento europeo che eviti che la pressione su singoli Stati diventi il grimaldello per riscrivere l’ordine internazionale. La stagione delle autocrazie africane corteggiate dagli uni e isolate dagli altri è appena cominciata, e il vertice Xi-Trump dirà se Taiwan potrà ancora contare su una solida sponda strategica o se dovrà prepararsi a un’epoca di solitudine ancora più aspra.
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