
L’uscita degli Emirati dall’Opec ridisegna la geopolitica del petrolio e apre nuovi fronti per l’Europa
Il primo maggio 2026 segnerà una cesura storica nel mercato globale dell’oro nero: gli Emirati Arabi Uniti lasceranno l’Opec e la sua estensione Opec+, ponendo fine a un’appartenenza iniziata nel 1967, quando ancora Abu Dhabi non era parte di una federazione. La decisione, annunciata dall’agenzia ufficiale Wam come il frutto di «una visione strategica ed economica di lungo periodo», arriva nel pieno della crisi scatenata dal conflitto con l’Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz, arteria attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale. Per l’Opec, già indebolita dall’uscita del Qatar nel 2019, si tratta della più grave crisi esistenziale dalla sua fondazione: perde il terzo produttore, un paese che negli ultimi anni aveva accumulato una capacità di produzione in eccesso proprio per premere contro i vincoli imposti da Riad, il de facto leader del cartello.
La frattura tra i due alleati del Golfo, maturata in anni di divergenze su quote e strategie, è ora sotto gli occhi di tutti e rischia di riverberarsi anche all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come osservano da Pechino gli analisti del Centro per gli studi mediorientali dell’Università Fudan. Per Nuova Delhi, invece, l’addio emiratino rappresenta un’opportunità concreta: libero dai tetti produttivi, Abu Dhabi potrà aumentare l’estrazione fino a cinque milioni di barili al giorno, offrendo all’India – che importa il novanta per cento del proprio fabbisogno – la possibilità di stipulare accordi bilaterali a prezzi più vantaggiosi, senza più l’intermediazione del cartello. Ma se l’Asia guarda con favore a questo scorporo, l’Europa osserva con apprensione.
A Bruxelles si teme che l’uscita emiratina, aggiungendosi alla già incerta tenuta dell’Opec+, possa frammentare ulteriormente la governance dell’offerta in un momento in cui il prezzo del Brent sfiora i centoundici dollari al barile e l’Italia, fortemente dipendente dalle importazioni di greggio, si trova esposta a oscillazioni improvvise che il governo di Roma segue con attenzione, consapevole dell’impatto sulla bolletta energetica nazionale. Guardando avanti, la mossa di Abu Dhabi non è solo un colpo al prestigio saudita: è il segnale che il modello dei cartelli, nato negli anni Sessanta per bilanciare il potere delle Sette Sorelle, potrebbe non reggere le tensioni di un mondo multipolare in cui ogni produttore insegue il proprio interesse nazionale. La domanda che gli analisti si pongono è se l’Opec sopravviverà a questa scissione o se, come prevedono alcuni osservatori dal Golfo, assisteremo a un progressivo smantellamento del sistema delle quote, sostituito da accordi bilaterali e da un mercato sempre più fluido, dove la capacità di produrre a regime conta più della disciplina collettiva.
Per l’Italia e per l’Europa, il tempo delle certezze energetiche è finito: la transizione sarà anche tecnologica, ma prima ancora è geopolitica.
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