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giovedì 30 aprile 2026

La mossa di Carr contro la ABC: un attacco alla libertà di stampa che preoccupa l'Europa

L'ordine del presidente della Federal Communications Commission, Brendan Carr, di avviare una revisione anticipata delle licenze di otto emittenti di proprietà della Disney segna un punto di svolta nelle tensioni tra l'amministrazione Trump e i media critici. È la prima volta in decenni che la FCC utilizza questo strumento, e il tempismo è eloquente: arriva un giorno dopo che il presidente e la first lady hanno chiesto pubblicamente il licenziamento del conduttore Jimmy Kimmel, colpevole di aver definito Melania Trump «una vedova in attesa» in un monologo satirico. Secondo l'unico commissario democratico della FCC, Anna Gomez, si tratta di «una mossa senza precedenti, illegale e chiaramente politica», che dimostra come l'agenzia non agisca più in modo indipendente ma esegua gli ordini della Casa Bianca.

Bruxelles guarda con crescente preoccupazione a questa escalation: per gli analisti europei, l'uso delle licenze televisive come arma di ritorsione politica rappresenta un precedente pericoloso per lo stato di diritto, con possibili ripercussioni sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti. L'ottica di Pechino, invece, coglie l'occasione per sottolineare le contraddizioni del discorso americano sulla libertà di espressione, in un contesto in cui la Cina stessa è spesso accusata di censurare i media. La vicenda ha un impatto diretto anche sull'Italia: la RAI e le reti Mediaset, che operano in un sistema di concessioni pubbliche, temono che un simile precedente possa essere invocato per giustificare pressioni politiche sui broadcaster nazionali.

Mentre Kimmel resta in onda, la battaglia vera si gioca dietro le quinte: il nuovo amministratore delegato della Disney, Josh D'Amaro, deve bilanciare la difesa dell'autonomia editoriale con la necessità di non inimicarsi un'amministrazione che può rendere la vita difficile a tutto il gruppo. I tribunali federali saranno chiamati a pronunciarsi, ma il danno alla credibilità del sistema regolatorio è già fatto. E mentre l'Europa osserva, la domanda che resta è se questa sia solo la prima di una serie di azioni mirate a ridurre il perimetro del dissenso mediatico.

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giovedì 30 aprile 2026

La mossa di Carr contro la ABC: un attacco alla libertà di stampa che preoccupa l'Europa

L'ordine del presidente della Federal Communications Commission, Brendan Carr, di avviare una revisione anticipata delle licenze di otto emittenti di proprietà della Disney segna un punto di svolta nelle tensioni tra l'amministrazione Trump e i media critici. È la prima volta in decenni che la FCC utilizza questo strumento, e il tempismo è eloquente: arriva un giorno dopo che il presidente e la first lady hanno chiesto pubblicamente il licenziamento del conduttore Jimmy Kimmel, colpevole di aver definito Melania Trump «una vedova in attesa» in un monologo satirico. Secondo l'unico commissario democratico della FCC, Anna Gomez, si tratta di «una mossa senza precedenti, illegale e chiaramente politica», che dimostra come l'agenzia non agisca più in modo indipendente ma esegua gli ordini della Casa Bianca.

Bruxelles guarda con crescente preoccupazione a questa escalation: per gli analisti europei, l'uso delle licenze televisive come arma di ritorsione politica rappresenta un precedente pericoloso per lo stato di diritto, con possibili ripercussioni sui rapporti commerciali con gli Stati Uniti. L'ottica di Pechino, invece, coglie l'occasione per sottolineare le contraddizioni del discorso americano sulla libertà di espressione, in un contesto in cui la Cina stessa è spesso accusata di censurare i media. La vicenda ha un impatto diretto anche sull'Italia: la RAI e le reti Mediaset, che operano in un sistema di concessioni pubbliche, temono che un simile precedente possa essere invocato per giustificare pressioni politiche sui broadcaster nazionali.

Mentre Kimmel resta in onda, la battaglia vera si gioca dietro le quinte: il nuovo amministratore delegato della Disney, Josh D'Amaro, deve bilanciare la difesa dell'autonomia editoriale con la necessità di non inimicarsi un'amministrazione che può rendere la vita difficile a tutto il gruppo. I tribunali federali saranno chiamati a pronunciarsi, ma il danno alla credibilità del sistema regolatorio è già fatto. E mentre l'Europa osserva, la domanda che resta è se questa sia solo la prima di una serie di azioni mirate a ridurre il perimetro del dissenso mediatico.

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