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venerdì 1 maggio 2026

La Corte Suprema smantella il Voting Rights Act: Louisiana sospende le primarie, Trump esulta

La decisione con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale la mappa elettorale della Louisiana – bollandola come «gerrymandering razziale» perché disegnata tenendo conto della composizione etnica per creare un secondo distretto a maggioranza afroamericana – non è soltanto l’ennesimo colpo al Voting Rights Act del 1965. È il segnale che la più alta magistratura federale ha ormai completato un ribaltamento giurisprudenziale destinato a ridefinire la geografia del potere per una generazione. A poche ore dalla sentenza, il governatore repubblicano Jeff Landry ha sospeso le primarie per la Camera, congelando di fatto l’esercizio del voto in attesa che la legislatura statale ridisegni i confini in senso favorevole ai repubblicani. Donald Trump ha già rivendicato il risultato e annunciato di aver sollecitato il governatore del Tennessee a «correggere» la mappa: «Dovrebbe garantirci un seggio in più», ha scritto su Truth Social.

Il paradosso giuridico è abbagliante. La sentenza Louisiana v. Callais, approvata con sei voti contro tre, stabilisce che una mappa disegnata per garantire rappresentanza agli elettori neri diventa illegittima proprio perché tiene conto della razza, mentre una mappa che li diluisce in distretti a maggioranza bianca resta, secondo questa logica, inattaccabile. Come osservano gli analisti di Bruxelles, attenti alle ricadute transatlantiche di ogni torsione istituzionale americana, la Corte ha di fatto reso quasi impossibile per le minoranze contestare la diluizione del proprio peso elettorale, a meno che non si dimostri – impresa proibitiva – l’intenzionalità razzista dei legislatori. Secondo l’ottica di Pechino, che segue con attenzione ogni segnale di indebolimento delle democrazie liberali, la decisione accelera la percezione globale di un’America in cui le regole del gioco vengono riscritte dalla maggioranza di turno, con l’arbitro che ha già scelto da che parte stare.

Quello della Louisiana non è un caso isolato. Il «mid-decade redistricting» – la riperimetrazione dei distretti a metà decennio – è diventato la nuova frontiera della competizione partigiana. Texas, Florida, North Carolina e Missouri hanno già ridisegnato le proprie mappe in senso favorevole ai repubblicani; Virginia e California hanno risposto con contromosse a vantaggio democratico. La Florida, in particolare, ha approvato una mappa che potrebbe consegnare al GOP fino a quattro seggi aggiuntivi, in quello che il governatore Ron DeSantis definisce un riflesso della crescita demografica e delle inclinazioni politiche dello Stato, e che i democratici denunciano come una presa di potere. Il contrasto con il Canada è istruttivo: la Corte Suprema di Ottawa ha appena dichiarato incostituzionale un tentativo del governo del Québec di sospendere il processo indipendente di revisione delle circoscrizioni, confermando un principio – l’autonomia degli organismi di delimitazione – che negli Stati Uniti è stato invece abbandonato a favore della discrezionalità delle legislature statali.

Le implicazioni per le elezioni di metà mandato del 2026 sono profonde. La tradizionale emorragia di seggi che colpisce il partito alla Casa Bianca rischia di essere compensata, per i repubblicani, da una geografia elettorale sempre più favorevole. Secondo gli osservatori di Bruxelles, l’effetto combinato del nuovo orientamento della Corte Suprema, delle leggi sull’identificazione degli elettori in discussione in diversi Stati e della spinta presidenziale a «correggere» le mappe potrebbe alterare significativamente l’equilibrio del Congresso. Resta da vedere se questa strategia, giocata sul filo della legittimità costituzionale e della coesione sociale, reggerà alla prova di un elettorato che mostra segni crescenti di disaffezione verso un’amministrazione Trump ormai lontana dalla spinta propulsiva del 2024. Per l’Italia e l’Europa, abituate a sistemi proporzionali o misti, assistere allo smantellamento di una legge-icona dei diritti civili impone una riflessione su quanto siano fragili, anche nelle democrazie più consolidate, i presidi giuridici della rappresentanza.

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La Corte Suprema smantella il Voting Rights Act: Louisiana sospende le primarie, Trump esulta

La decisione con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale la mappa elettorale della Louisiana – bollandola come «gerrymandering razziale» perché disegnata tenendo conto della composizione etnica per creare un secondo distretto a maggioranza afroamericana – non è soltanto l’ennesimo colpo al Voting Rights Act del 1965. È il segnale che la più alta magistratura federale ha ormai completato un ribaltamento giurisprudenziale destinato a ridefinire la geografia del potere per una generazione. A poche ore dalla sentenza, il governatore repubblicano Jeff Landry ha sospeso le primarie per la Camera, congelando di fatto l’esercizio del voto in attesa che la legislatura statale ridisegni i confini in senso favorevole ai repubblicani. Donald Trump ha già rivendicato il risultato e annunciato di aver sollecitato il governatore del Tennessee a «correggere» la mappa: «Dovrebbe garantirci un seggio in più», ha scritto su Truth Social.

Il paradosso giuridico è abbagliante. La sentenza Louisiana v. Callais, approvata con sei voti contro tre, stabilisce che una mappa disegnata per garantire rappresentanza agli elettori neri diventa illegittima proprio perché tiene conto della razza, mentre una mappa che li diluisce in distretti a maggioranza bianca resta, secondo questa logica, inattaccabile. Come osservano gli analisti di Bruxelles, attenti alle ricadute transatlantiche di ogni torsione istituzionale americana, la Corte ha di fatto reso quasi impossibile per le minoranze contestare la diluizione del proprio peso elettorale, a meno che non si dimostri – impresa proibitiva – l’intenzionalità razzista dei legislatori. Secondo l’ottica di Pechino, che segue con attenzione ogni segnale di indebolimento delle democrazie liberali, la decisione accelera la percezione globale di un’America in cui le regole del gioco vengono riscritte dalla maggioranza di turno, con l’arbitro che ha già scelto da che parte stare.

Quello della Louisiana non è un caso isolato. Il «mid-decade redistricting» – la riperimetrazione dei distretti a metà decennio – è diventato la nuova frontiera della competizione partigiana. Texas, Florida, North Carolina e Missouri hanno già ridisegnato le proprie mappe in senso favorevole ai repubblicani; Virginia e California hanno risposto con contromosse a vantaggio democratico. La Florida, in particolare, ha approvato una mappa che potrebbe consegnare al GOP fino a quattro seggi aggiuntivi, in quello che il governatore Ron DeSantis definisce un riflesso della crescita demografica e delle inclinazioni politiche dello Stato, e che i democratici denunciano come una presa di potere. Il contrasto con il Canada è istruttivo: la Corte Suprema di Ottawa ha appena dichiarato incostituzionale un tentativo del governo del Québec di sospendere il processo indipendente di revisione delle circoscrizioni, confermando un principio – l’autonomia degli organismi di delimitazione – che negli Stati Uniti è stato invece abbandonato a favore della discrezionalità delle legislature statali.

Le implicazioni per le elezioni di metà mandato del 2026 sono profonde. La tradizionale emorragia di seggi che colpisce il partito alla Casa Bianca rischia di essere compensata, per i repubblicani, da una geografia elettorale sempre più favorevole. Secondo gli osservatori di Bruxelles, l’effetto combinato del nuovo orientamento della Corte Suprema, delle leggi sull’identificazione degli elettori in discussione in diversi Stati e della spinta presidenziale a «correggere» le mappe potrebbe alterare significativamente l’equilibrio del Congresso. Resta da vedere se questa strategia, giocata sul filo della legittimità costituzionale e della coesione sociale, reggerà alla prova di un elettorato che mostra segni crescenti di disaffezione verso un’amministrazione Trump ormai lontana dalla spinta propulsiva del 2024. Per l’Italia e l’Europa, abituate a sistemi proporzionali o misti, assistere allo smantellamento di una legge-icona dei diritti civili impone una riflessione su quanto siano fragili, anche nelle democrazie più consolidate, i presidi giuridici della rappresentanza.

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