
La generazione Z vuole tornare al passato: il paradosso digitale tra sonno, solitudine e relazioni
Quasi un giovane adulto su due rimpiange un’epoca senza smartphone. È il dato dirompente emerso da un’indagine statunitense su adulti tra i 18 e i 29 anni: il 47 per cento sceglierebbe di vivere nel passato — in particolare negli anni Ottanta, Novanta e primi Duemila — pur di sfuggire alla morsa digitale. Solo il 38 per cento resterebbe ancorato al presente. Non si tratta di una nostalgia ingenua, ma del sintomo di una fatica collettiva che unisce Washington a Milano, Nuova Delhi a Città del Messico, e che interroga il nostro rapporto con la tecnologia più di qualsiasi allarme lanciato finora dagli esperti di salute pubblica. Il paradosso sta tutto qui: siamo più connessi che mai, eppure la spinta alla disconnessione cresce, non come scelta meditata ma come desiderio di fuga da un sistema che logora corpi e legami.
Il sonno è il primo fronte di questa battaglia silenziosa. Secondo gli studiosi indiani che lavorano sulla regolazione nervosa, lo scrolling notturno non è solo una questione di disciplina o igiene del sonno: è il sistema nervoso che fatica a transitare dallo stato simpatico — allerta e stress — a quello parasimpatico del riposo profondo. Senza quel passaggio fisiologico, il corpo non si spegne mai davvero. Dalla prospettiva latinoamericana, i segnali d’allarme di una società che dorme meno di sette ore a notte si accumulano pericolosamente: squilibri metabolici, ormonali e neurologici che trasformano la privazione di sonno in un deterioramento progressivo della salute mentale e fisica. Il Messico, come gran parte dell’America Latina, vede crescere una generazione dai ritmi frenetici in cui l’insonnia cronica non è più un disturbo individuale ma un marcatore sociale.
Nel mondo arabo, l’approccio è pragmatico e parte dalla famiglia. Osservatori mediorientali raccontano di madri che hanno ridotto radicalmente l’uso degli schermi domestici dopo aver compreso come le piattaforme siano progettate per innescare circuiti dopaminici che rendono quasi impossibile staccarsi senza crisi rabbiose. Non è un cedimento del carattere, ma una dipendenza architettata, spiegano, e per disinnescarla serve una strategia familiare consapevole. L’eco di queste esperienze arriva fino all’Europa mediterranea, dove il tessuto delle relazioni personali mostra crepe analoghe. Negli Stati Uniti, intanto, quasi due adulti su cinque dichiarano di aver tagliato i ponti con familiari o amici nell’ultimo anno: la pratica del "no contact" si allarga, interpretata dagli specialisti non come assertività ma come una crescente incapacità di sostenere il conflitto, con il rischio di alimentare solitudine e fragilità emotiva. Come rilevano i ricercatori statunitensi, l’evitamento delle relazioni difficili sta diventando norma, proprio mentre la digitalizzazione dei rapporti già assottiglia i legami profondi.
L’Italia non resta ai margini. I sociologi italiani che studiano la Gen Z parlano di un’identità sospesa: i giovani del nostro Paese hanno sogni, determinazione e capacità adattive, eppure queste risorse interiori non si traducono in uno sguardo positivo sul futuro o sulla vita. Solo un terzo vede il domani con fiducia, e le distanze sociali aggravano il divario: i figli del ceto medio coltivano più speranze e motivazione di chi proviene dai ceti popolari. Sembra la fotografia di una generazione che, come cantava Vecchioni, ha un bagaglio di speranze deluse, onde che s’infrangono sugli scogli. La voglia di tornare indietro nel tempo racconta di una promessa tradita, ancor prima che di un semplice affaticamento digitale.
Cosa ci dice, allora, questa convergenza di segnali che va da Bombay a Roma, da Dubai a Buenos Aires? Che la disconnessione non è più un vezzo da ritiro spirituale, ma sta diventando una condizione agognata da milioni di persone. Se da un lato le istituzioni europee iniziano a discutere di diritto alla disconnessione e di regolazione delle piattaforme, dall’altro la sfida vera sembra culturale: ricostruire un’ecologia del riposo, delle relazioni e della progettualità che restituisca ai più giovani un futuro in cui valga la pena restare svegli — non per scorrere un feed, ma per vivere.
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