
La libertà di stampa mondiale tocca il minimo storico: più della metà dei Paesi in stato critico
Per la prima volta in venticinque anni di rilevazioni, oltre la metà delle nazioni del globo si trova in una condizione di libertà di stampa definita «difficile» o «molto grave». È il dato più allarmante emerso dal nuovo Indice mondiale della libertà di stampa 2026 pubblicato da Reporters sans frontières, che segnala un deterioramento sistematico senza precedenti. La media globale del punteggio è la più bassa mai registrata dall’inizio della classifica nel 2001, e solo sette Paesi — quasi tutti nordici — conservano un ambiente «buono» per i giornalisti, racchiudendo meno dell’1 per cento della popolazione mondiale. Secondo gli analisti di Bruxelles, il declino è alimentato da un arsenale legislativo sempre più restrittivo, spesso giustificato con la sicurezza nazionale, che ha trasformato il giornalismo in un reato perseguibile anche in democrazie consolidate.
La Russia scivola al centosettantaduesimo posto, un gradino più in basso dell’anno scorso, riflettendo la repressione sistematica dei media indipendenti dopo l’invasione dell’Ucraina. L’Iran, con il centosettantasettesimo rango, resta tra i quattro Paesi più letali per i cronisti: ventuno giornalisti sono in carcere e uno risulta scomparso. E mentre il regime di Teheran continua a usare le leggi antiterrorismo per mettere a tacere le voci critiche, un episodio parallelo rivela la durezza del contesto sociale: il Comune di Teheran ha ordinato ad alcune famiglie sfollate per la guerra di lasciare gli hotel in cui erano ospitate, promettendo un risarcimento che, se approvato, arriverà forse tra dieci mesi. Una vicenda che, nell’ottica di Pechino, confermerebbe la stabilità interna iraniana, ma che per gli osservatori occidentali è la cartina di tornasole di un sistema dove la denuncia giornalistica di simili ingiustizie viene punita.
L’India scende al centocinquantasettesimo posto, peggiorando di sei posizioni e finendo sotto Pakistan, Nepal, Sri Lanka e Bangladesh. La causa, spiegano gli esperti di Nuova Delhi, è la crescente «molestia giudiziaria» contro i media indipendenti, che vede le aule di tribunale trasformate in arma di censura. Anche gli Stati Uniti registrano un netto arretramento, con gli attacchi sistematici di Donald Trump alla stampa che hanno eroso le garanzie del Primo emendamento. L’Arabia Saudita, che nel 2025 ha giustiziato un giornalista, resta nelle ultime posizioni, mentre la Svizzera risale leggermente, piazzandosi al quattordicesimo posto. A livello regionale, l’Europa orientale e il Medio Oriente si confermano le aree più pericolose per chi fa informazione.
Il futuro appare cupo: la tendenza alla criminalizzazione del giornalismo, iniziata con le leggi post-11 settembre, ha ormai contaminato anche i sistemi liberali. Per l’Italia e l’Europa, il dato è un campanello d’allarme: se la libertà di stampa arretra nelle democrazie mature, il contraccolpo sulle politiche comunitarie di trasparenza e pluralismo rischia di essere profondo. L’unica via d’uscita, secondo i sostenitori della libertà d’informazione, resta una mobilitazione politica e civile capace di invertire la deriva autoritaria che stringe sempre più il mondo in una morsa.
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