
Sondaggio: due terzi degli americani giudicano la guerra in Iran un fallimento
La maggioranza degli statunitensi ritiene che il conflitto con Teheran non sia valso la pena, mentre la popolarità di Trump scende ai minimi.
Secondo un nuovo sondaggio dell’Associated Press-NORC Center for Public Affairs Research, condotto tra il 23 e il 27 luglio su 1.165 adulti statunitensi, circa due terzi degli americani ritengono che la guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio, non sia valsa la pena. Il conflitto ha finora causato la morte di 18 militari statunitensi, e la Casa Bianca ha tentato di rivedere al ribasso il bilancio ufficiale delle vittime. Il sondaggio è stato realizzato dopo una nuova escalation di due settimane, durante la quale gli Stati Uniti hanno colpito obiettivi militari e commerciali iraniani e l’Iran ha attaccato basi americane in Medio Oriente, provocando ulteriori perdite.
La valutazione negativa del conflitto è trasversale: la condividono la stragrande maggioranza degli elettori democratici e degli indipendenti, ma anche il 37% dei repubblicani. Parallelamente, la fiducia nella gestione della crisi da parte del presidente Donald Trump è calata: solo il 28% degli adulti approva il suo operato sull’Iran, contro il 34% di giugno. Tra i repubblicani l’approvazione è scesa dal 71% al 61%, un calo contenuto ma significativo data la tradizionale fedeltà del partito al presidente.
Il calo si riflette anche sulla popolarità complessiva di Trump. Il sondaggio AP-NORC registra un’approvazione al 33%, in linea con altri rilevamenti: la CNN la colloca al 34%, Quinnipiac al 32%. Secondo la CNN, il 67% degli intervistati ritiene che la guerra stia danneggiando gli Stati Uniti. Solo due adulti su dieci vogliono proseguire le operazioni militari in Iran; circa tre su dieci preferiscono una pausa per negoziare un cessate il fuoco, e due su dieci chiedono la sospensione totale delle ostilità. Tra i repubblicani, circa la metà è favorevole a continuare l’azione militare, in particolare gli elettori più conservatori e quelli vicini al movimento MAGA.
Il malcontento emerge anche dalle dichiarazioni di alcuni elettori repubblicani. Robert McClary, 52 anni, di Sugar Grove, Ohio, ha dichiarato di non avere fiducia nell’amministrazione e di disapprovare la guerra, ricordando che Trump aveva promesso in campagna elettorale di non avviare nuovi conflitti in Medio Oriente. Il sondaggio segnala un potenziale problema per i deputati repubblicani in corsa per la rielezione a novembre, che hanno difeso le scelte militari di Trump: l’impopolarità del conflitto potrebbe pesare sulle urne.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.40 | critical |
| Stampa iraniana e affini | −0.60 | critical |
| Stampa latinoamericana | −0.50 | critical |
L'opinione pubblica americana rifiuta in modo schiacciante la guerra in Iran e incolpa il presidente Trump per la sua continuazione, mentre il Partito Repubblicano è diviso tra lealtà e realtà elettorale.
Aggregando i risultati di più sondaggi e sottolineando il calo tra i repubblicani, la narrazione costruisce una 'maggioranza silenziosa' di opposizione che mina l'affermazione di Trump di un'alta approvazione, rendendo il dissenso irresistibile.
Omette la cornice del governo iraniano che vede la guerra come un atto di aggressione e il suo impatto sulla regione, concentrandosi solo sull'insoddisfazione interna americana.
L'osservatore russo nota con soddisfazione trattenuta che il pubblico americano si sta svegliando sull'inutilità della guerra, convalidando la posizione russa secondo cui l'intervento statunitense è sbagliato.
Selezionando un singolo dato del sondaggio (60%) e inquadrando il conflitto come 'avventura militare' che si è 'protratta', la narrazione priva la guerra di ogni giustificazione e la presenta come un errore che persino gli americani riconoscono.
Omette il fatto che il sondaggio mostra anche una maggioranza di repubblicani che sostiene ancora la gestione di Trump, concentrandosi invece sull'opposizione generale. Omette anche qualsiasi menzione del coinvolgimento o degli interessi russi nel conflitto.
La narrazione iraniana afferma che il popolo americano stesso ha condannato la guerra come inutile, delegittimando così le azioni del governo USA e affermando la posizione iraniana.
Usando termini come 'aggressione militare' e 'guerra illegale', la narrazione pre-giudica il conflitto, poi usa il sondaggio come prova che persino la popolazione dell'aggressore riconosce la sua inutilità, trasformando un sondaggio di opinione interna in un atto d'accusa internazionale.
Omette il fatto che il 33% degli americani pensa ancora che la guerra valga la pena, e ignora qualsiasi critica alle azioni dell'Iran o alle ragioni del conflitto.
L'osservatore latinoamericano sottolinea il crescente divario tra la politica bellica del governo USA e la volontà del popolo americano, suggerendo che il conflitto è insostenibile.
Enfatizzando il 'prolungamento' della guerra e citando più sondaggi, la narrazione crea un senso di inevitabilità circa il volgersi dell'opinione pubblica contro la guerra, facendo apparire la posizione USA sempre più isolata.
Omette gli obiettivi strategici degli USA nella regione e non menziona il ruolo di altri attori internazionali, concentrandosi puramente sull'opinione interna americana.
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