
Tra ripensamenti e diplomazia: il negoziato Iran-Usa appeso al filo di Islamabad
Il negoziato indiretto tra Washington e Teheran ha subìto un brusco contraccolpo quando il presidente Donald Trump ha annullato all’improvviso la missione dei suoi inviati, Steve Witkoff e Jared Kushner, che avrebbero dovuto atterrare a Islamabad per riprendere il filo delle trattative. La decisione, maturata dopo la ricezione di un primo documento iraniano giudicato insufficiente, ha innescato un frenetico scambio diplomatico: in meno di dieci minuti dall’annullamento, secondo lo stesso Trump, Teheran ha fatto pervenire una proposta rivista e «molto migliore». Il gesto non è bastato a trattenere la delegazione americana, né a impedire che le forze statunitensi ritirassero da Islamabad le attrezzature di sicurezza, segnale, secondo fonti pakistane, che difficilmente un volto americano tornerà a breve in Pakistan per colloqui diretti.
La brusca sterzata si inserisce in una partita già resa precaria dalla guerra esplosa il 28 febbraio con l’attacco americano-israeliano contro l’Iran. Da Washington si continua a mescolare massima pressione e disprezzo esplicito per interlocutori di cui, ha tagliato corto Trump, «nessuno ha mai sentito il nome». Il senatore Lindsey Graham ha definito «molto saggio» l’annullamento e ha invocato la prosecuzione del blocco navale, l’apertura dello Stretto di Hormuz e, «se necessario», la ripresa delle operazioni militari. La Casa Bianca ribadisce di avere «tutte le carte» e si dice disponibile a concludere al telefono, a patto che Teheran fermi il programma nucleare.
Sul versante iraniano, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha trasformato il fine settimana in una staffetta diplomatica: dopo un primo passaggio a Islamabad, tappa a Mascate per consultare il sultano Haitham bin Tariq, e poi immediato ritorno in Pakistan, mentre una parte della delegazione faceva la spola con Teheran per ricevere istruzioni sui dettagli della fine della guerra. L’agenzia ufficiale Irna inquadra il tour come un’operazione per trasmettere la cornice iraniana per una pace stabile, ma fonti vicine ai pasdaran ridimensionano, sostenendo che il ritorno a Islamabad non riguardi il negoziato nucleare. Resta centrale, nell’ottica di Teheran, la richiesta di rimuovere il blocco navale americano ai propri porti come condizione per qualsiasi nuovo round.
Per Islamabad, che dalla prima tornata di aprile era riuscita a strappare una tregua senza però chiudere le ostilità, il rischio di un fallimento è concreto. Funzionari pachistani parlano di una corsa contro il tempo per rimettere in carreggiata i colloqui, mentre l’allentamento delle misure di sicurezza nella capitale e lo sgombero dei dispositivi sensibili americani fotografano un’inversione di rotta che l’Associated Press definisce «un passo indietro» nell’ospitalità del formato negoziale. Secondo il Wall Street Journal, se Araghchi concludesse che esiste spazio per un’intesa, un incontro diretto fra le due delegazioni potrebbe materializzarsi nel giro di pochi giorni.
L’Europa, e l’Italia in particolare, osserva con apprensione. Un conflitto prolungato nel Golfo si traduce in volatilità dei mercati energetici e in nuovi vettori di instabilità migratoria. L’insistenza iraniana sulla revoca del blocco portuale e la rigidità americana sul dossier nucleare delineano un solco ancora profondo. La mediazione pachistana resta l’unico canale vivo, ma il suo logoramento rischia di riconsegnare la crisi all’alternativa secca che Trump continua a evocare: la vittoria militare contro l’Iran.
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