
La morsa di Mosca sul libro: arrestati i vertici di Eksmo, il colosso editoriale russo
La notizia ha scosso il mondo culturale russo e non solo: il 21 aprile il Comitato investigativo ha condotto interrogatori e perquisizioni nei confronti del direttore generale di Eksmo, Evgenij Kapiev, e di altri tre alti dirigenti del gruppo – il più grande editore del Paese, con circa un quarto del mercato librario nazionale. Il motivo formale è un procedimento per estremismo legato alla presunta distribuzione di due romanzi per adolescenti – *Estate in una cravatta da pioniere* e *Di cosa tace la rondine* – già scritti da autrici finite nel registro degli agenti stranieri e considerati dalla giustizia russa propaganda del movimento Lgbt, a sua volta dichiarato organizzazione estremista nel 2023. Il caso affonda le radici nell’acquisizione di Popcorn Books, la piccola casa editrice che per prima aveva pubblicato quei titoli. Secondo fonti vicine all’inchiesta, il fondatore di Popcorn Books, Dmitrij Protopopov, ha stretto un accordo con l’accusa e testimoniato contro i manager di Eksmo, aggravando la loro posizione.
Da Mosca il racconto di ciò che sta accadendo si dipana su due piani. Da un lato, le autorità presentano l’operazione come un’ordinaria azione repressiva contro lo scardinamento delle leggi sulla propaganda, nel solco di una censura che si è fatta più stringente dopo l’invasione dell’Ucraina. Dall’altro, osservatori indipendenti e addetti ai lavori – come il cofondatore della piccola casa editrice Vidim Books – sottolineano che non si tratta di una semplice riorganizzazione del mercato, ma di una vera e propria lotta per il controllo delle menti: il potere punta a intimidire chiunque osi pubblicare contenuti fuori dalla rigida ortodossia patriottica e tradizionalista. Il sospetto è che il Cremlino voglia trasformare il caso in un precedente per imporre un’autocensura ancora più pervasiva, magari preparando il terreno per future nazionalizzazioni forzate – come già accaduto nel settore dei videogiochi e in quello dolciario.
A Bruxelles e nelle capitali europee, la vicenda è letta come un ulteriore, inquietante segnale della deriva autoritaria della Russia di Putin. Se fino a ieri la libertà di stampa era già sotto attacco, oggi è la stessa produzione culturale di massa – i libri che arrivano ogni anno in milioni di copie nelle librerie – a essere messa sotto scacco. Per l’Italia, che intrattiene da tempo scambi culturali con la Russia e che conta su un mercato editoriale tra i più vivaci d’Europa, il messaggio è duplice: da un lato si stringe il cerchio attorno ai pochi editori indipendenti rimasti aperti; dall’altro si rischia un effetto domino che possa contaminare anche i rapporti con gli autori russi emigrati o costretti al silenzio. Mentre Kapiev resta in custodia presso il Comitato investigativo e l’accusa non ha ancora formalizzato le imputazioni, il futuro dell’editoria russa appare sempre più oscuro: tra le maglie di una legge draconiana e la paura di finire dietro le sbarre per aver pubblicato un romanzo d’amore, la parola scritta diventa un campo di battaglia.
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