
La palla a Teheran dopo il 'no' di Trump. Sul nucleare iraniano e Hormuz si decide la stabilità globale
Il dialogo diretto e segreto tra Stati Uniti e Iran, riattivato dopo anni nel fine settimana a Islamabad, ha già prodotto il primo, prevedibile stallo. Washington ha infatti respinto l’offerta formale di Teheran di congelare il proprio programma di arricchimento dell’uranio per un periodo di cinque anni, giudicandola insufficiente. L’amministrazione Trump, attraverso il vicepresidente J.D. Vance, ha ribadito la richiesta di una sospensione ventennale, accompagnata dalla consegna totale delle scorte di uranio già arricchito e da un regime di verifiche ferree. Una linea di assoluta intransigenza che, dall’ottica di Washington, non ammette deroghe: l’Iran non dovrà mai possedere armi nucleari, né mantenere la capacità di produrle.
Il tono di Vance, intervistato da Fox News, è stato volutamente misurato per non chiudere la porta al negoziato. Pur riconoscendo che "la palla è nel campo iraniano", ha negato il fallimento dei colloqui in Pakistan, definendoli anzi "buone conversazioni" che hanno chiarito le priorità americane. Tra queste, in cima alla lista, c’è la riapertura dello Stretto di Hormuz, cruciale via di transito per il petrolio del Golfo, dove la Marina americana ha avviato un'operazione di blocco. È su questo doppio binario – nucleare e libertà di navigazione – che si gioca la partita, con implicazioni immediate per l’economia mondiale e la sicurezza energetica dell’Europa.
Proprio da Bruxelles, e dalle capitali europee come Roma, si guarda con crescente apprensione alla tensione nella regione. L’Italia, come gran parte del Vecchio Continente, dipende ancora in misura significativa dagli idrocarburi mediorientali. Un’interruzione prolungata del flusso attraverso Hormuz o un’escalation militare farebbero schizzare i prezzi dell’energia, minacciando una già fragile ripresa economica. Gli analisti europei temono che la rigidità della posizione negoziale statunitense, se da un lato esercita una pressione massima sul regime degli Ayatollah, dall’altro rischi di lasciare a Teheran solo la via della provocazione asimmetrica, come già dimostrato dalle recenti azioni dei suoi proxy regionali.
Dall’ottica di Teheran, l’offerta dei cinque anni rappresenta invece una concessione non da poco, un tentativo di ottenere un alleggerimento delle sanzioni in cambio di una pausa temporanea, ma non dello smantellamento, delle proprie ambizioni tecnologiche. Il regime, stretto tra le pressioni economiche interne e il desiderio di affermarsi come potenza regionale, gioca una partita di logoramento, sperando che le elezioni americane di novembre possano portare un cambio di approccio a Washington.
In prospettiva, lo scenario appare delicatissimo. La finestra per un accordo sembra stretta, vincolata al calendario elettorale statunitense e alla capacità iraniana di resistere alla crisi economica. La partita si sposterà ora probabilmente su un nuovo round di trattative, forse ancora in Pakistan, ma con il rischio concreto che, in assenza di progressi, le azioni militari e di pressione nel Golfo prendano il sopravvento, trascinando alleati europei e globali in una crisi dai contorni pericolosamente imprevedibili. La posta in gioco per la stabilità internazionale non potrebbe essere più alta.
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.20 | neutral |
I colloqui di Islamabad sono falliti perché Washington ha respinto l'offerta iraniana di sospendere l'arricchimento per cinque anni, insistendo su un congelamento di vent'anni e sulla consegna totale dell'uranio. Mentre gli Stati Uniti dichiarano che la palla è nel campo di Teheran, il rifiuto americano solleva interrogativi sulla rigidità della propria posizione. Il confronto nucleare entra così in una fase più pericolosa.
Mentre inizia il blocco dello Stretto di Hormuz, il fallimento dei colloqui di Islamabad spinge il confronto nucleare tra Stati Uniti e Iran in una fase critica. Washington esige che Teheran consegni l'uranio arricchito e rinunci definitivamente all'arricchimento, ma mantiene contatti riservati e un secondo incontro potrebbe tenersi a breve. La situazione è tesa e carica di urgenza.
Il vicepresidente Vance insiste che i colloqui di Islamabad sono stati produttivi e che la prossima mossa spetta all'Iran. Nonostante le notizie di stallo, gli Stati Uniti restano aperti alla diplomazia e si aspettano concessioni da Teheran. L'attenzione è sulla scelta iraniana, con Washington che si presenta come la parte paziente.
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