
La spirale di violenza giovanile in America Latina: vittime e carnefici adolescenti
Da San Paolo a Mazatlán, passando per Guadalajara e Bello, un'ondata di crimini coinvolge minorenni evidenziando le falle della sicurezza e le disuguaglianze sociali.
Le autorità brasiliane hanno identificato il responsabile di un latrocinio avvenuto lo scorso maggio nel quartiere Itaim Paulista, a San Paolo: un ragazzo di 19 anni, già in custodia cautelare per un altro reato, è accusato di aver ucciso un adolescente durante una rapina e di essere coinvolto in almeno altri sette assalti nella zona. L’identificazione, avvenuta tramite riconoscimento di un testimone, segna un passo avanti nelle indagini, ma restituisce anche il profilo di una criminalità sempre più giovane e radicata. Non è un caso isolato: l’intera regione latinoamericana sta facendo i conti con una violenza che colpisce e arruola i minori, in un intreccio di povertà, disoccupazione e presenza pervasiva del narcotraffico.
In Messico, la notte tra lunedì e martedì ha lasciato sul terreno tre attacchi solo nell’area metropolitana di Guadalajara. Il più grave ha visto un ragazzo di 16 anni ucciso da un colpo di pistola alla testa mentre tentava di difendere la propria motocicletta da un gruppo di rapinatori; un suo coetaneo è rimasto ferito a un braccio. Poche ore dopo, una donna è stata accoltellata durante un assalto in strada. Non ci sono arresti. Intanto, nello stato di Sinaloa, due adolescenti di 16 anni sono scomparsi dopo essere saliti su un taxi a Mazatlán: i cellulari sono spenti dal 7 giugno, e le famiglie, sostenute dai collettivi di ricerca, stanno diffondendo appelli disperati. L’angoscia di chi non sa se siano vittime di tratta, di un regolamento di conti o di un sequestro è il sintomo più crudo di un Paese in cui i minori possono svanire nel nulla senza che lo Stato riesca a proteggerli.
Anche la Colombia non è immune. A Bello, nel dipartimento di Antioquia, un uomo di 37 anni è stato accoltellato a morte dopo essere entrato nella casa di una vicina; le prime indagini indicano come presunto aggressore proprio un adolescente. La dinamica resta confusa – si ipotizza una richiesta di cibo per il malessere di una sbornia – ma conferma come la violenza possa esplodere tra le mura domestiche con protagonisti giovanissimi. Il dipartimento di Antioquia, d’altronde, è segnato da un conflitto armato irrisolto che continua a produrre generazioni cresciute in un clima di sopraffazione e impunità.
Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, queste cronache non sono solo un bollettino da paesi lontani. I flussi migratori, le rotte della cocaina e i legami tra le organizzazioni criminali sudamericane e la ’ndrangheta rendono ogni crisi latinoamericana una questione di sicurezza transnazionale. Ma c’è anche un monito sociale: l’assenza di politiche di inclusione e prevenzione trasforma i giovani in carnefici o vittime, un destino che, pur con intensità diverse, interpella anche il nostro modello di coesione. Finché non si interverrà sulle cause profonde – dalla scuola al lavoro, dal controllo del territorio alla lotta alla corruzione – l’America Latina continuerà a essere un laboratorio di violenza giovanile, e il mondo non potrà restare a guardare.
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