
La Svizzera riconosce i crimini contro gli Jenisch: un passo storico tra memoria e giustizia
La Svizzera si appresta a compiere un gesto di portata storica, aprendo una ferita a lungo rimossa dalla memoria collettiva. Il Consiglio nazionale voterà lunedì una dichiarazione che riconosce la persecuzione subita dalle comunità jenische e manouche nel corso del Novecento, qualificandola come «crimine contro l’umanità». Secondo i giuristi di Berna, il testo – fortemente voluto dalla commissione per gli affari giuridici – non ha valore vincolante ma possiede un’evidente forza simbolica, specie in un paese che ha costruito la propria identità sull’integrazione e la neutralità. Fino agli anni Settanta, a migliaia di cittadini svizzeri appartenenti a queste minoranze furono sottratti i figli, imposti lavori forzati e negata la libertà di movimento, in un sistema di controllo sistematico che oggi viene finalmente chiamato con il suo nome.
Questa presa di coscienza si inserisce in un quadro più ampio di riparazione. A Zurigo, intanto, il governo cantonale ha deciso di versare 25.000 franchi a tutte le vittime di provvedimenti coercitivi – internamenti, collocamenti forzati, interdizioni – che tra il 1900 e la fine del secolo scorso hanno segnato la vita di decine di migliaia di persone. «Ci hanno rubato l’infanzia», hanno raccontato alcuni sopravvissuti, in testimonianze che hanno spinto le autorità locali a diventare pioniere in questo campo. Nella stessa Zurigo, inoltre, il modello delle Forensic Nurses – infermieri specializzati nella raccolta di prove forensi per vittime di violenza sessuale e domestica – è stato reso permanente dopo una fase pilota. Un segnale che, secondo gli analisti di Lugano, mostra come la prevenzione e la tutela delle vittime non possano prescindere da una memoria critica del passato.
Se la Svizzera volta pagina, l’Italia e l’Europa intera guardano con attenzione a questo precedente. La questione delle minoranze nomadi, dei diritti negati e degli abusi di Stato non è confinata alle Alpi: in molti paesi europei, le comunità romaní e sinti attendono ancora un riconoscimento ufficiale. Dal punto di vista di Bruxelles, la strada tracciata da Berna potrebbe diventare un modello per un approccio integrato che concili giustizia storica e politiche sociali efficaci. Resta da vedere se il passo sarà seguito da un dibattito più ampio sulle responsabilità istituzionali e sulle misure concrete di risarcimento, o se rimarrà un gesto isolato. La sfida, per un paese abituato a fare i conti con il proprio passato solo a rate, è trasformare la memoria in un impegno che non abbia più bisogno di essere rimandato.
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