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sabato 30 maggio 2026

Le milizie irachene sfidano Baghdad: Kataib Hezbollah rifiuta il disarmo

Mentre il premier al-Zaidi cerca di concentrare le armi nello Stato, il gruppo filo-iraniano annuncia di voler comprare gli arsenali delle altre fazioni. La mossa di Sadr spacca il fronte.

La decisione delle Kataib Hezbollah irachene di rifiutare il disarmo e anzi di proporsi come compratrici delle armi che altre fazioni potrebbero cedere ha inferto un duro colpo al progetto del primo ministro Ali al-Zaidi di concentrare il monopolio della forza nelle mani dello Stato. La presa di posizione, annunciata da un portavoce del gruppo filo-iraniano, segna la prima aperta sfida a un’iniziativa che da maggio scorso è al centro della pressione americana su Baghdad. Washington, che classifica le Kataib come organizzazione terroristica, ha intensificato le richieste di smantellamento delle milizie, soprattutto dopo l’uccisione di tre cittadini statunitensi in Giordania nel 2025 e una serie di rapimenti attribuiti al gruppo.

L’offensiva diplomatica statunitense si inserisce in un quadro regionale surriscaldato. La guerra a Gaza e l’attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio scorso hanno riacceso le tensioni in Iraq, dove le basi americane sono state ripetutamente colpite da droni e missili lanciati da formazioni riunite sotto l’etichetta di “Resistenza Islamica in Iraq”. Le rappresaglie di Washington, con bombardamenti su postazioni e depositi delle milizie, hanno provocato decine di vittime – anche tra i ranghi delle Kataib Hezbollah – senza però piegarne la determinazione. Secondo fonti curde, il gruppo avrebbe ribadito l’impegno a proseguire il “lavoro jihadista”, mostrando una capacità di resistenza che preoccupa tanto gli analisti di Bruxelles quanto i governi della regione.

A rendere ancora più complesso lo scenario è intervenuta la mossa a sorpresa di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, che ha ordinato l’integrazione totale delle proprie Brigate della Pace (Saraya al-Salam) nelle forze di sicurezza statali e ha esortato le altre componenti delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hashed al-Shaabi) a fare altrettanto. L’iniziativa, accolta con favore dai partiti sunniti e curdi – da sempre critici verso le milizie filo-iraniane –, ha scavato un solco profondo tra l’ala “realista” e quella più oltranzista del fronte armato. Secondo gli osservatori di Teheran, il calcolo sadrista mira a ritagliarsi un ruolo di mediatore e a rafforzare la propria influenza politica, ma rischia di isolare ulteriormente i gruppi più legati all’Iran, che vedono nella lotta armata una ragione d’essere irrinunciabile.

In questo crocevia di pressioni, il governo al-Zaidi si trova costretto a un equilibrismo estremo. Da un lato, Washington minaccia di condizionare la cooperazione economica e militare al rispetto degli impegni sul disarmo; dall’altro, smantellare con la forza le milizie significa innescare una guerra civile strisciante, con il rischio di destabilizzare l’intera architettura post-bellica irachena. L’offerta delle Kataib Hezbollah di acquistare gli arsenali altrui dimostra che la partita per la sovranità è appena cominciata e che la strada verso uno Stato capace di esercitare il controllo esclusivo sulla violenza legittima è ancora lunga e irta di ostacoli, con ripercussioni che dall’Iraq si riverbereranno sull’intero equilibrio del Medio Oriente e sulla sicurezza europea.

Divergenza — chi la racconta come
29%Media
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CriticoFavorevole
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Stampa del Golfo arabo−0.20neutral
Stampa arabo levante-Maghreb0.00

Le Brigate irachene di Hezbollah hanno sfidato apertamente il piano di disarmo del governo, offrendosi di acquistare armi da altre fazioni, aggravando la crisi politica. La mossa di sfida è inquadrata sullo sfondo del caos regionale, dalla guerra di Gaza al conflitto USA-Israele contro l'Iran, e delle crescenti pressioni americane su Baghdad. Il testo considera la posizione del gruppo come una complicazione prevedibile, non come una minaccia esplicita.

ScetticismoDistacco
Stampa israeliana−0.70

Un'analisi tagliente mette in dubbio la volontà delle milizie irachene sostenute dall'Iran di disarmare davvero, definendo Kataib Hezbollah un gruppo terroristico responsabile dell'uccisione di tre americani in Giordania nel 2025 e di ripetuti attacchi contro Israele. L'articolo sostiene che ogni promessa di consegna delle armi sia un diversivo per placare Washington, mentre le capacità letali del gruppo rimangono intatte. Si ricorda il raid statunitense del 2020 che eliminò il suo comandante e si avverte che queste forze restano una minaccia costante.

AllarmeIndignazione
Stampa del Golfo arabo−0.20

Di fronte alle crescenti richieste americane, gli Hezbollah iracheni ribadiscono con aria di sfida il loro impegno per il jihad armato, mettendo Baghdad in una posizione difficile tra Washington e le fazioni legate all'Iran. L'articolo sottolinea la promessa delicata del governo di consolidare le armi sotto il controllo statale, ora minata dal rifiuto pubblico del gruppo. Si notano inoltre le accuse statunitensi di attacchi contro interessi americani e i successivi bombardamenti sulle basi delle milizie.

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Le milizie irachene sfidano Baghdad: Kataib Hezbollah rifiuta il disarmo

Mentre il premier al-Zaidi cerca di concentrare le armi nello Stato, il gruppo filo-iraniano annuncia di voler comprare gli arsenali delle altre fazioni. La mossa di Sadr spacca il fronte.

La decisione delle Kataib Hezbollah irachene di rifiutare il disarmo e anzi di proporsi come compratrici delle armi che altre fazioni potrebbero cedere ha inferto un duro colpo al progetto del primo ministro Ali al-Zaidi di concentrare il monopolio della forza nelle mani dello Stato. La presa di posizione, annunciata da un portavoce del gruppo filo-iraniano, segna la prima aperta sfida a un’iniziativa che da maggio scorso è al centro della pressione americana su Baghdad. Washington, che classifica le Kataib come organizzazione terroristica, ha intensificato le richieste di smantellamento delle milizie, soprattutto dopo l’uccisione di tre cittadini statunitensi in Giordania nel 2025 e una serie di rapimenti attribuiti al gruppo.

L’offensiva diplomatica statunitense si inserisce in un quadro regionale surriscaldato. La guerra a Gaza e l’attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran del 28 febbraio scorso hanno riacceso le tensioni in Iraq, dove le basi americane sono state ripetutamente colpite da droni e missili lanciati da formazioni riunite sotto l’etichetta di “Resistenza Islamica in Iraq”. Le rappresaglie di Washington, con bombardamenti su postazioni e depositi delle milizie, hanno provocato decine di vittime – anche tra i ranghi delle Kataib Hezbollah – senza però piegarne la determinazione. Secondo fonti curde, il gruppo avrebbe ribadito l’impegno a proseguire il “lavoro jihadista”, mostrando una capacità di resistenza che preoccupa tanto gli analisti di Bruxelles quanto i governi della regione.

A rendere ancora più complesso lo scenario è intervenuta la mossa a sorpresa di Muqtada al-Sadr, leader del movimento sadrista, che ha ordinato l’integrazione totale delle proprie Brigate della Pace (Saraya al-Salam) nelle forze di sicurezza statali e ha esortato le altre componenti delle Unità di Mobilitazione Popolare (Hashed al-Shaabi) a fare altrettanto. L’iniziativa, accolta con favore dai partiti sunniti e curdi – da sempre critici verso le milizie filo-iraniane –, ha scavato un solco profondo tra l’ala “realista” e quella più oltranzista del fronte armato. Secondo gli osservatori di Teheran, il calcolo sadrista mira a ritagliarsi un ruolo di mediatore e a rafforzare la propria influenza politica, ma rischia di isolare ulteriormente i gruppi più legati all’Iran, che vedono nella lotta armata una ragione d’essere irrinunciabile.

In questo crocevia di pressioni, il governo al-Zaidi si trova costretto a un equilibrismo estremo. Da un lato, Washington minaccia di condizionare la cooperazione economica e militare al rispetto degli impegni sul disarmo; dall’altro, smantellare con la forza le milizie significa innescare una guerra civile strisciante, con il rischio di destabilizzare l’intera architettura post-bellica irachena. L’offerta delle Kataib Hezbollah di acquistare gli arsenali altrui dimostra che la partita per la sovranità è appena cominciata e che la strada verso uno Stato capace di esercitare il controllo esclusivo sulla violenza legittima è ancora lunga e irta di ostacoli, con ripercussioni che dall’Iraq si riverbereranno sull’intero equilibrio del Medio Oriente e sulla sicurezza europea.

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Un'analisi tagliente mette in dubbio la volontà delle milizie irachene sostenute dall'Iran di disarmare davvero, definendo Kataib Hezbollah un gruppo terroristico responsabile dell'uccisione di tre americani in Giordania nel 2025 e di ripetuti attacchi contro Israele. L'articolo sostiene che ogni promessa di consegna delle armi sia un diversivo per placare Washington, mentre le capacità letali del gruppo rimangono intatte. Si ricorda il raid statunitense del 2020 che eliminò il suo comandante e si avverte che queste forze restano una minaccia costante.

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Di fronte alle crescenti richieste americane, gli Hezbollah iracheni ribadiscono con aria di sfida il loro impegno per il jihad armato, mettendo Baghdad in una posizione difficile tra Washington e le fazioni legate all'Iran. L'articolo sottolinea la promessa delicata del governo di consolidare le armi sotto il controllo statale, ora minata dal rifiuto pubblico del gruppo. Si notano inoltre le accuse statunitensi di attacchi contro interessi americani e i successivi bombardamenti sulle basi delle milizie.

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