
Le scimmie che accudiscono cani e scoiattoli: uno studio svela le radici evolutive del legame uomo-animale
Una revisione di 427 casi di interazione tra primati e altre specie mostra che gioco e cura reciproca sono comportamenti diffusi, offrendo indizi su come sia nata la compagnia tra esseri umani e animali.
Un’ampia revisione pubblicata sulla rivista Primates il 21 luglio ha analizzato 427 episodi di interazione tra primati non umani e animali di altre specie, documentando comportamenti che vanno dal gioco alla cura reciproca. Lo studio, condotto da Cyril Grueter dell’Università di Oxford, ha raccolto evidenze dalla letteratura scientifica, dai media e da sondaggi tra primatologi, coinvolgendo 88 specie di primati e 127 specie partner, di cui 55 non appartenenti all’ordine dei primati.
Gioco e toelettatura sono risultati i modi più frequenti di interagire. I giovani erano più propensi al gioco, mentre le femmine adulte si dedicavano maggiormente alla cura; i maschi adulti mostravano meno interesse per il contatto con altre specie. Tra i casi più emblematici figurano macachi che accudiscono cani randagi in Thailandia, languri che accarezzano scoiattoli giganti in Sri Lanka e lemuri dalla coda ad anelli che si prendono cura di lemuri del bambù in Madagascar. In Brasile, nel 2006, è stato osservato un gruppo di cebi selvatici adottare e allevare un piccolo di uistitì.
Secondo Grueter, questi comportamenti non equivalgono al possesso di animali domestici come lo intendiamo noi, ma potrebbero rappresentare alcuni dei mattoni evolutivi su cui si è poi costruito il legame di compagnia tra esseri umani e animali. Non tutti gli incontri hanno avuto un esito positivo: in 13 casi uno degli animali è morto. I ricercatori sottolineano che comprendere queste dinamiche può aiutare a migliorare la gestione dei gruppi misti negli zoo e nei santuari, offrendo nuove chiavi di lettura sull’evoluzione dell’empatia e della flessibilità sociale nei primati.
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Noi sottolineiamo che le interazioni documentate non equivalgono a possedere animali domestici; offrono piuttosto indizi evolutivi sul nostro rapporto con gli animali.
Usiamo la qualificazione costante dei risultati attraverso le dichiarazioni del ricercatore per smorzare interpretazioni troppo umanizzanti.
Lo studio dimostra che anche i primati non umani possono avere animali domestici, proprio come noi umani.
Utilizziamo l'antropomorfizzazione diretta per rendere il comportamento dei primati familiare e comprensibile, affermando una similitudine con l'essere umano senza le cautele scientifiche.
Tralasciamo le precisazioni del ricercatore che mettono in guardia dall'equiparare il comportamento al possesso di animali domestici, per presentare la scoperta in modo più sensazionale.
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