
Leipzig, l’incubo dell’auto tra la folla: il folle in cura psichiatrica. E in Israele scoppia la polemica sui tifosi fermati
Il 33enne che ha investito due persone e ferito sei a Lipsia era appena stato dimesso da un ospedale psichiatrico. Il calcio tedesco si ferma per il lutto, mentre a Tel Aviv la polizia blocca un bus di tifosi del Beitar.
Il lungo incubo di Lipsia si è chiuso con un provvedimento che lascia più domande che risposte: il 33enne Jeffrey K., che lunedì pomeriggio ha travolto con la sua auto la folla nel centro della città causando due morti e sei feriti, è stato trasferito in un ospedale psichiatrico. Lo ha disposto un giudice, accogliendo la richiesta della procura che parla di «indizi concreti» di una capacità di intendere e volere «almeno gravemente ridotta» al momento del fatto. Ma la notizia più sconcertante, confermata dalla procura stessa, è che l’uomo era stato dimesso proprio il 26 aprile da una struttura di cura psichiatrica. Perché sia stato lasciato libero, con un passato di precedenti penali e un comportamento notoriamente aggressivo, è ciò che ora gli inquirenti tedeschi cercano di chiarire, sollevando un interrogativo che a Berlino come a Bruxelles preoccupa: dove finisce la tutela della salute mentale e dove inizia la sicurezza collettiva?
La città, intanto, si è stretta attorno alle vittime. La società calcistica RB Lipsia ha annunciato che sabato, contro il St. Pauli, la squadra scenderà in campo con il lutto al braccio, preceduta da un minuto di silenzio. I tifosi, dal canto loro, hanno annullato la marcia prevista per l’ultima partita casalinga: un gesto di rispetto che trasforma la piazza da luogo di festa a spazio di raccoglimento. In Germania l’eco dell’attentato di Berlino del 2016 è ancora vivo, e ogni episodio di questo genere riaccende il dibattito su come prevenire la trasformazione di un’automobile in un’arma di distruzione, sia essa nelle mani di un terrorista o di un malato.
Dall’altra parte del Mediterraneo, la tensione tra tifosi e autorità ha preso una piega diversa. A Tel Aviv, la polizia ha fermato un autobus di sostenitori del Beitar Gerusalemme diretto allo stadio Bloomfield per la partita contro l’Hapoel, sottoponendo i passeggeri a perquisizioni che hanno portato al sequestro di un coltello e di una sostanza sospetta. La società ha reagito con durezza, accusando le forze dell’ordine di aver «provocato una situazione di caos senza alcuna ragione» e di «rovinare l’esperienza del tifoso» in un clima già infiammato. La prospettiva di Gerusalemme è chiara: la misura è apparsa sproporzionata, un modo per «marcare il territorio» che rischia di alimentare la tensione invece di disinnescarla.
Due episodi, due volti della stessa sfida: proteggere la vita e garantire la libertà di riunione senza trasformare gli stadi in fortezze. Se a Lipsia il dolore si è tradotto in silenzio, a Tel Aviv la polemica rischia di minare quel rapporto di fiducia tra club e istituzioni che in Europa, dall’Italia alla Spagna, si cerca faticosamente di ricostruire. Per gli analisti di Bruxelles, il caso tedesco impone una riflessione urgente sui meccanismi di scambio di informazioni tra servizi psichiatrici e forze dell’ordine: il confine tra cura e controllo è sottile, ma lasciare che un uomo con una storia di violenza esca indisturbato da una clinica è un rischio che nessuna democrazia può più permettersi.
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