
Colpi israeliani e razzi di Hezbollah: la tregua in Libano è ormai carta straccia
Nonostante il cessate il fuoco formalmente in vigore dallo scorso 17 aprile, il sud del Libano è tornato a essere scenario di una violenza che non accenna a placarsi. Nelle ultime 48 ore, raid aerei israeliani hanno ucciso almeno tredici persone, tra cui quattro donne e un bambino, ferendone altre trentadue. L’aviazione dello Stato ebraico ha colpito i villaggi di Habboush, Zrariyeh e Ain Baal, zone dalle quali l’esercito israeliano aveva già intimato alla popolazione di evacuare. Secondo il ministero della Salute di Beirut, otto dei tredici morti – due donne e un bambino – sono caduti proprio a Habboush, non lontano da Nabatieh, dove i residenti avevano ricevuto l’ordine di abbandonare le loro case poche ore prima. Per le agenzie umanitarie che operano sul terreno, la situazione va oltre la crisi umanitaria: è un collasso delle condizioni di vita, con decine di migliaia di sfollati intrappolati tra le macerie e la paura di nuove incursioni.
Dal punto di vista di Tel Aviv, la necessità di colpire le infrastrutture di Hezbollah resta prioritaria, nonostante l’estensione della tregua. L’ala militare del partito filo-iraniano, dal canto suo, ha risposto con droni che hanno ferito quattro soldati israeliani nel sud del Libano e nel nord di Israele, costringendo il Comando del Fronte Interno a inasprire le norme di sicurezza nelle comunità di confine. La dinamica è classica: ogni raid israeliano provoca una replica di Hezbollah, che a sua volta giustifica nuovi bombardamenti. Per l’analisi di Bruxelles, l’escalation rischia di trascinare l’intera regione in un conflitto aperto, con ricadute immediate sulla stabilità del Mediterraneo orientale e, indirettamente, sulle rotte energetiche che interessano l’Europa. L’Italia, che da anni partecipa alla missione Unifil, segue con preoccupazione l’evolversi degli eventi: un’eventuale guerra su larga scala lungo il confine libanese-israeliano minaccerebbe non solo la fragile tregua, ma anche il contingente di peacekeeper italiano schierato nel sud del Paese dei Cedri.
La prospettiva di Teheran, invece, è duplice: da una parte, il regime iraniano continua a sostenere Hezbollah come leva strategica contro Israele; dall’altra, non desidera un conflitto generalizzato che potrebbe coinvolgere direttamente l’Iran e i suoi alleati. L’ottica di Pechino, che ha incrementato i suoi investimenti in Libano e Siria, guarda con apprensione a un’area che rischia di diventare ingestibile, compromettendo la nuova via della seta. In assenza di una mediazione credibile – gli Stati Uniti sono paralizzati dalle divisioni interne, l’Unione europea fatica a trovare una voce comune – il rischio concreto è che il cessate il fuoco si trasformi in una tregua solo di nome, mentre le bombe continuano a cadere. Ciò che serve, secondo gli analisti più attenti, è un rilancio della diplomazia regionale che coinvolga anche l’Egitto e l’Arabia Saudita, unica via per spezzare il ciclo di rappresaglie e proteggere i civili, intrappolati in una guerra che non hanno scelto.
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