
Libano, la tregua di carta: nuovi raid israeliani uccidono civili mentre il Sud resta mutilato
La fragile tregua libanese è già carta straccia. Giovedì, per l’ennesima volta dalla sua entrata in vigore il 17 aprile, l’aviazione israeliana ha colpito il Sud del Paese, provocando almeno quindici morti – secondo il ministero della Sanità di Beirut – tra cui due bambini e un soldato dell’esercito libanese, ucciso insieme a diversi familiari nella regione di Nabatiyé. Una scia di sangue che trasforma in farsa ogni dichiarazione di cessate il fuoco e che getta benzina su una regione già stremata da mesi di guerra tra Israele e Hezbollah.
Dal punto di vista di Tel Aviv, si tratta di operazioni mirate contro le infrastrutture del partito sciita, che a sua volta ha rivendicato attacchi – incluso un drone su militari israeliani nel distretto di Bint Jbeil – come ritorsione per la presenza nemica ancora entro i confini libanesi. Ma la realtà sul terreno, raccontata dai sindaci del Sud riunitisi a Beirut in segno di protesta, è quella di villaggi rasi al suolo e di una popolazione a cui è stato impedito di rientrare nelle proprie case. «Non c’è più niente a cui tornare», ha dichiarato Ibrahim Hamza, primo cittadino di Naqura, località costiera oggi trasformata in zona off-limits. L’esercito israeliano ha infatti tracciato una “linea gialla” a dieci chilometri dal confine, vietata alla stampa e ai civili, e continua a diffondere ordini di evacuazione per una ventina di centri abitati.
L’atteggiamento di Washington appare ambiguo. Da un lato, gli Stati Uniti hanno chiesto un incontro faccia a faccia tra il presidente libanese Joseph Aoun e il premier israeliano Benjamin Netanyahu, segno di una volontà di mediazione; dall’altro, tacciono di fronte all’impiego di fosforo bianco rilevato sul lato libanese della frontiera. A Bruxelles, gli analisti osservano con crescente preoccupazione il deterioramento della situazione: per l’Unione Europea, il Mediterraneo orientale resta un crocevia di instabilità capace di riverberare fino alle coste italiane, già segnate da flussi migratori e tensioni energetiche. Roma, in particolare, guarda al Libano come a un vicino inevitabile, da cui dipende in parte la tenuta dell’intero scacchiere mediorientale.
Se la tregua doveva rappresentare l’avvio di un processo di stabilizzazione – dopo i colloqui diretti tra ambasciatori libanese e israeliano a Washington – la realtà è un copione già visto: raid, rappresaglie, un esercito libanese troppo debole per imporre il proprio controllo, e una popolazione stretta tra le macerie. L’unica certezza è che il Sud del Paese continua a essere smembrato, mentre il mondo guarda altrove. Il rischio concreto, per chi segue da vicino la regione, è che nessun accordo formale possa reggere se la violenza quotidiana non viene fermata alla radice: e la radice, oggi, è nella Palestina occupata e nella doppia verità che regola i rapporti di forza in Medio Oriente.
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