
Mattarella e Papa Leone: l'autoironia come antidoto civile alla tracotanza del potere
Dal Quirinale arriva un monito che unisce la saggezza istituzionale a quella spirituale: il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha indicato nell’autoironia una virtù civile indispensabile per resistere alle seduzioni del potere. Lo ha fatto, in un significativo gioco di rimandi, richiamando pubblicamente il messaggio di Papa Leone all’Accademia delle Scienze, che metteva in guardia dai pericoli dell’autoesaltazione. In questo dialogo ideale tra il Colle e il Vaticano, emerge una diagnosi condivisa su una delle patologie più insidiose della vita pubblica, attuale in Italia come nel resto del mondo.
Il contesto offerto da Mattarella è duplice e riflette la natura della democrazia italiana. Da un lato, l’antidoto istituzionale, ovvero il sistema di pesi e contrappesi sancito dalla Costituzione, garanzia di libertà e limite a qualsiasi deriva autoritaria. Dall’altro, l’antidoto personale, che risiede nella coscienza individuale e in quella «alta capacità di autoironia» definita preziosa. Questa duplice via è particolarmente rilevante in un’epoca in cui, secondo le analisi che circolano a Bruxelles, le democrazie europee sono sottoposte a stress da leadership sempre più personalizzate e da un dibattito pubblico polarizzato, dove l’umiltà e il dubbio sembrano merci rare.
La prospettiva di Roma si intreccia dunque con quella della Santa Sede, che da secoli osserva le vicende del potere temporale. Il richiamo di Papa Leone all’umiltà del sapere scientifico, estendibile alla sfera politica, risuona come un invito universale a ricordare i limiti dell’umano agire. In un’Europa che fatica a trovare una voce comune e in un Occidente disorientato da nuovi assetti geopolitici, questo richiamo a una virtù apparentemente minore come l’autoironia assume un valore politico inaspettato: è un freno alla tracotanza, un promemoria che il servizio alla comunità non può prescindere dalla capacità di mettere in discussione sé stessi.
Guardando avanti, la riflessione lanciata dal Quirinale sembra voler seminare un principio di lunga gittata. In un panorama internazionale dove le tentazioni sovraniste e i nazionalismi aggressivi sono tutt’altro che spenti, coltivare anticorpi culturali alla brama di potere diventa una necessità strategica. Per l’Italia, crocevia di culture e di storia, e per l’Unione Europea, progetto nato proprio dal rifiuto della hybris dei totalitarismi, la lezione dell’autoironia potrebbe tradursi in una maggiore resilienza delle istituzioni e in una pratica della politica più misurata, capace di guardare agli interessi generali senza cedere all’intossicazione della propria immagine. È una sfida antica, ma che si presenta oggi con una rinnovata urgenza.
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