
Maxi multa Ue a Temu, patteggiamenti Usa e stretta brasiliana: la morsa globale sulle big tech
La Commissione europea infligge 200 milioni a Temu per prodotti pericolosi; negli Stati Uniti i social pagano 27 milioni a un distretto scolastico; il Supremo brasiliano esamina i ricorsi delle piattaforme.
La Commissione europea ha inflitto a Temu una multa record di 200 milioni di euro per la vendita di prodotti illegali e pericolosi, la sanzione più elevata mai comminata sotto il Digital Services Act (DSA). La piattaforma cinese di e-commerce, quotata al Nasdaq e con base operativa a Dublino per operare nell'Unione, è così diventata il simbolo della stretta regolatoria di Bruxelles, che solo a dicembre aveva già colpito X (ex Twitter) con 120 milioni. Il DSA, pur tra mille difficoltà e critiche, si conferma uno strumento di pressione senza precedenti.
Oltre Atlantico, un'altra forma di responsabilizzazione avanza nelle aule di tribunale. I giganti dei social media – Meta, Snap, TikTok e YouTube – hanno accettato di versare complessivamente circa 27 milioni di dollari per chiudere la causa intentata da un distretto scolastico rurale del Kentucky, che li accusava di aver aggravato la crisi di salute mentale degli adolescenti con prodotti progettati per creare dipendenza. Meta pagherà 9 milioni, Snap e TikTok 8 milioni ciascuno, mentre YouTube si è accordata per poco più di 2 milioni. La transazione, tuttavia, è solo la punta di un iceberg: oltre 1.300 distretti scolastici statunitensi hanno presentato cause analoghe in attesa di giudizio.
Anche in Brasile il potere giudiziario spinge per una maggiore responsabilità delle piattaforme. Il Supremo Tribunal Federal (STF) ha fissato al 10 giugno l'esame dei ricorsi presentati da big tech come Google e Meta contro la sentenza che nel giugno scorso aveva ampliato la loro responsabilità per i contenuti criminali pubblicati dagli utenti. I giudici avevano stabilito che le aziende devono attivarsi per rimuovere post riguardanti 'reati gravi' e rischiano condanne al risarcimento danni se non ottemperano dopo notifica. Il passaggio del giudizio al plenario fisico, deciso dal relatore Dias Toffoli, sottolinea la delicatezza del tema, che tocca il controverso equilibrio tra libertà di espressione e dovere di intervento.
Queste vicende, pur nei diversi contesti giuridici, disegnano un quadro di crescente pressione globale sulle grandi piattaforme digitali. L'Europa sceglie la via amministrativa e preventiva, con multe esemplari e obblighi di compliance; gli Stati Uniti si affidano al contenzioso civile e alla contrattazione stragiudiziale; il Brasile mostra un attivismo giudiziario che riscrive per via interpretativa il quadro legislativo. Per l'Italia e l'Unione, l'impatto è diretto: il caso Temu svela come la rete di società con sede in Irlanda possa essere raggiunta dalla regolazione europea, ma solleva anche dubbi sull'efficacia di un sistema sanzionatorio che rischia di colpire solo i grandi nomi, senza aggredire le cause strutturali.
Guardando avanti, è probabile che questi sviluppi spingano le aziende tecnologiche a rivedere in modo coordinato i sistemi di moderazione e i modelli di raccomandazione dei contenuti, per evitare costi legali e danni reputazionali. Tuttavia, le differenze normative rischiano di produrre un mosaico di regole difficilmente gestibile, aprendo un nuovo capitolo del braccio di ferro tra sovranità digitale e mercato globale.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.50 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
Le grandi piattaforme social hanno accettato un risarcimento di 27 milioni di dollari dopo che un distretto scolastico le ha accusate di creare dipendenza e alimentare una crisi di salute mentale tra gli adolescenti. Il pagamento, con Meta che versa la quota maggiore (9 milioni), riconosce il drenaggio di risorse subìto dalle scuole. Oltre 1.300 altri distretti hanno già avviato cause simili in attesa di processo.
La Corte Suprema del Brasile ha trasferito in sessione fisica il processo sulla possibilità di ritenere i giganti tecnologici responsabili per i contenuti illeciti pubblicati dagli utenti. Google e Meta contestano una precedente sentenza che ha parzialmente invalidato una disposizione del Marco Civil di Internet, ampliando la responsabilità delle piattaforme. L’udienza è attesa a breve.
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