
Memoria e cinema: Berlino 2026 racconta traumi globali senza epica né retorica
Il festival di Berlino, da sempre termometro delle inquietudini del nostro tempo, ha offerto nella sua edizione 2026 un affresco straordinario di come il cinema possa farsi veicolo di memorie ferite, lontane da ogni trionfalismo. Il gesto più significativo è stato forse quello di non separare i conflitti per gerarchie di visibilità, ma di accostarli in un unico, inquietante continuum: dall’Argentina delle Falkland all’Ucraina martoriata, dalla Tunisia dei migranti all’Iran della repressione. A dare il la è stato il premio per la pace, andato alla regista tunisina Kaouther Ben Hania per il suo documentario-fiction che prosegue la ricerca già avviata con il Leone d’argento a Venezia, mentre la giuria di Berlino ha premiato anche la regista ucraina Alisa Kovalenko, sopravvissuta alla guerra, per un film che rompe il silenzio sulla violenza sessuale come arma sistematica.
La prospettiva con cui si guarda al passato cambia radicalmente: non più la ricostruzione epica, ma l’ascolto del residuo umano che quei conflitti lasciano dietro di sé. È esattamente la scelta compiuta dal regista argentino Daniel Ponce, il cui documentario sul ritorno dei veterani delle Malvinas alle isole con figli e nipoti evita deliberatamente la cronaca bellica per concentrarsi sulla trasmissione intergenerazionale del trauma. Una scelta che risuona con l’opera della connazionale Jimena Chaves, il cui film Matria, presentato a Tandil, costringe lo spettatore a fare i conti con un rimosso collettivo: quella guerra del 1982 che la dittatura militare argentina spedì a morire ragazzi poco più che adolescenti, e che la società civile ha preferito dimenticare.
Dall’altra parte del mondo, a Teheran, il regime prova ancora a imporre il silenzio: la regista Mahnaz Mohammadi, già nota per i suoi documentari sociali, ha portato a Berlino Rooya, storia di un’insegnante detenuta a Evin, costretta a scegliere tra una falsa confessione televisiva e l’isolamento. L’eco di queste voci arriva in Europa in un momento in cui il Vecchio continente è chiamato a ridefinire il proprio ruolo di asilo e di testimonianza. L’Italia in particolare, con la sua tradizione di accoglienza cinematografica e il legame con la Mostra di Venezia, diventa cassa di risonanza cruciale: il premio vinto da Ben Hania al Lido è già un ponte tra le due sponde del Mediterraneo.
Ciò che emerge da Berlino è una nuova poetica della memoria, che rifiuta l’agiografia e sceglie la trasmissione affidata ai corpi, alle ferite, al silenzio che a volte parla più delle parole. I registi di tutto il mondo sembrano dirci che il vero atto politico, oggi, non è raccontare la guerra dall’alto, ma ascoltare ciò che resta quando le armi tacciono.
Allarga lo sguardo
Trump sospende l’attacco all’Iran, ma Teheran smentisce di aver chiesto la tregua
2 lingue · 74 testate
Da Economy & MarketsIl Messico rimbalza dell’1,5% nel secondo trimestre, il miglior dato in oltre cinque anni
1 lingua · 18 testate
Da TechnologyGIIAS 2026: Chery lancia la Q con prenotazione solo online, 6.000 ordini in poche settimane
1 lingua · 15 testate