
Messico tra Asia e Nord America: la scommessa del T-MEC e l’orizzonte del Pacifico
Mentre il Messico si prepara ad accogliere, tra il 2026 e il 2028, gli appuntamenti del Consiglio consultivo imprenditoriale dell’APEC e la successiva cumbre dei leader del Foro di cooperazione economica Asia-Pacifico, un’altra scadenza incombe con ben altro peso immediato: la revisione del Trattato tra Messico, Stati Uniti e Canada, prevista per il 26 maggio prossimo. Da Città del Messico arriva la notizia della costituzione di una squadra negoziale guidata dal segretario all’Economia Marcelo Ebrard, che include figure tecniche e politiche come il titolare dell’Agricoltura Julio Berdegué e la coordinatrice del Consiglio consultivo per lo sviluppo economico regionale Altagracia Gómez. L’obiettivo dichiarato è gestire una trattativa che si preannuncia complessa, segnata da profonde divergenze sul paradigma stesso del libero scambio. Secondo la prospettiva di Washington, il nodo centrale resta la gestione delle asimmetrie strutturali, in particolare nel settore agroalimentare, dove il Messico – denunciano analisti locali – non compete soltanto con gli agricoltori statunitensi, ma con l’intero apparato di sussidi, credito e tecnologia garantito dallo Stato americano. Una relazione che, per molti osservatori messicani, il T-MEC non ha corretto ma piuttosto istituzionalizzato.
Parallelamente, l’amministrazione Sheinbaum guarda a Oriente con rinnovata determinazione. Il sottosegretario al Commercio estero ha ribadito che la strategia di diversificazione verso la regione Asia-Pacifico è complementare, e non alternativa, alla difesa degli accordi nordamericani. In quest’ottica, Pechino valuta con interesse i segnali messicani, mentre Bruxelles segue con attenzione un eventuale spostamento degli equilibri commerciali che potrebbe ridefinire le catene del valore transatlantiche. Intanto, il 5 maggio il Council of the Americas riunirà l’élite economica a Città del Messico per discutere, tra gli altri temi, la trasformazione energetica, il potenziale tecnologico e le opportunità di finanziamento per lo sviluppo. Un’agenda ambiziosa che si scontra però con i problemi strutturali denunciati dalla Federazione del commercio estero: inflazione che erode margini, accesso al credito insufficiente e una burocrazia opprimente che frena l’iniziativa privata.
In questo scenario bifronte – Asia-Pacifico come orizzonte strategico di lungo periodo, Nord America come realtà negoziale immediata – il Messico gioca una partita decisiva. Se la cumbre dell’APEC del 2028 potrà trasformare un foro in prosperità concreta, la revisione del T-MEC di maggio rappresenta il primo banco di prova per un modello di sviluppo che non potrà più permettersi di essere solo un’appendice manifatturiera degli Stati Uniti. Per l’Europa, e in particolare per l’Italia, la posta in gioco è duplice: un eventuale riposizionamento messicano verso il Pacifico potrebbe aprire nuovi corridoi di investimento, ma anche rafforzare la competizione su settori come l’automotive e l’agroindustria. Il prossimo biennio dirà se Città del Messico riuscirà a tessere insieme i fili di una diplomazia economica multilaterale, o se resterà intrappolata nel vecchio schema di dipendenza continentale.
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