
Editori e autori fanno causa a Meta: rubati milioni di libri per addestrare l’IA
Una class action accusa Zuckerberg di aver autorizzato l’uso illegale di opere protette per addestrare Llama. In ballo il futuro del diritto d’autore nell’era dell’IA.
Una nuova e potente offensiva legale si abbatte su Meta, la galassia di Mark Zuckerberg. Cinque dei maggiori editori mondiali – Elsevier, Cengage, Hachette, Macmillan e McGraw Hill – insieme al romanziere Scott Turow, hanno depositato una class action presso il tribunale federale di Manhattan, accusando il gigante tecnologico di aver saccheggiato milioni di opere protette da copyright per addestrare il suo modello linguistico Llama. La denuncia è netta: i dipendenti di Meta avrebbero scaricato intere biblioteche da noti archivi pirata, come LibGen e Anna’s Archive, senza alcuna autorizzazione e senza compensare autori o case editrici. E non si tratta di un incidente di percorso: secondo gli atti, Zuckerberg in persona avrebbe “autorizzato e incoraggiato” la pratica, riecheggiando il vecchio motto aziendale “muoviti veloce e rompi gli schemi”.
Meta ha già replicato che l’addestramento delle intelligenze artificiali su materiale protetto rientra nel “fair use”, la dottrina giuridica statunitense che consente un utilizzo limitato di opere senza licenza. Ma la partita è tutt’altro che chiusa. Negli Stati Uniti, le corti stanno ancora tracciando il confine tra innovazione e proprietà intellettuale, e questa causa – per la mole dei soggetti coinvolti e per la posta in gioco – potrebbe diventare il banco di prova definitivo, con molti esperti pronti a scommettere che si arriverà fino alla Corte Suprema.
A Bruxelles, intanto, si osserva con attenzione. L’Unione Europea, con l’AI Act e la direttiva sul copyright, ha già imposto regole più stringenti per l’uso di dati protetti, e una sentenza americana di segno contrario a Meta potrebbe rafforzare la posizione dei regolatori europei. Per l’Italia, dove il mercato editoriale è vivace ma frammentato, il caso è un monito: se i colossi dell’IA possono attingere a opere di autori come James Patterson, Donna Tartt o lo stesso Biden senza pagare nulla, il rischio è che l’intera filiera della conoscenza – dai libri di testo ai saggi scientifici – venga svuotata di valore. Dall’Asia, infine, arriva una lettura più cinica: la mossa di Zuckerberg, osservano alcuni commentatori, è l’ennesima conferma di una cultura aziendale per cui la legge viene piegata agli obiettivi, finché il costo non diventa insostenibile.
Al di là degli esiti processuali, questa causa segna un punto di svolta. La vertenza non riguarda solo un rimborso economico – i danni richiesti sono potenzialmente miliardari – ma il principio stesso che l’intelligenza artificiale generativa possa crescere sulle spalle di chi crea senza chiedere permesso. Se i tribunali americani daranno ragione agli editori, l’intero ecosistema dell’IA dovrà ripensare i propri modelli di addestramento, aprendo la strada a licenze obbligatorie o accordi globali. Per l’Europa e per l’Italia, già alle prese con la regolamentazione dell’IA, è un segnale che il tempo delle scorciatoie sta finendo e che la creatività, per essere davvero motore di innovazione, va prima di tutto rispettata.
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