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domenica 26 aprile 2026

Michael, il biopic che ignora le ombre ma infrange ogni record al botteghino

Il dato più dirompente non è la pioggia di stroncature, ma l’uragano di incassi: il biopic dedicato a Michael Jackson, intitolato semplicemente "Michael", si avvia a chiudere il weekend d’esordio con una cifra compresa tra i novanta e i cento milioni di dollari solo sul mercato domestico statunitense, bissata da un’apertura globale che potrebbe sfiorare i centottanta milioni. Un’ondata che lo colloca già alle spalle del record annuale firmato da The Super Mario Galaxy Movie e che ridimensiona il pur robusto debutto di Project Hail Mary. In India, la pellicola ha staccato il film di fantascienza con quasi il settanta per cento di vantaggio nella prima giornata, superando i dieci crore di rupie netti in tre giorni, segno di una presa che travalica generi e mercati.

Eppure, il corpo critico nordamericano ha accolto l’opera con un verdetto quasi unanime di bocciatura. Secondo le recensioni d’oltreoceano, "Michael" somiglia più a un lungo spot promozionale che a un racconto cinematografico: girato sotto l’egida dell’Estate del cantante e con i fratelli Jackson nel ruolo di produttori esecutivi – eccezion fatta per Janet, lontana per dissapori pregressi – il film affida al nipote Jaafar il compito di restituire la parabola dell’artista fino al 1988, prima cioè che le accuse di abusi minorili ne incrinassero l’immagine. Un recinto cronologico che, osservano dalla stampa latinoamericana, non è neutrale: il quotidiano messicano El Norte sottolinea come la narrazione si fermi sulla soglia delle prime denunce, mentre in Argentina il commento è ancora più affilato: il film ignora deliberatamente le zone d’ombra, proprio come il consiglio di Berry Gordy al piccolo Michael – "in questo mestiere puoi inventarti quasi tutto".

A rendere il cortocircuito culturale ancora più acuto è lo iato con il pubblico. Le proiezioni in anteprima avevano già cumulato oltre dodici milioni di dollari, superiori ai numeri di Oppenheimer e Dune: Part Two, confermando che il richiamo della discografia jacksoniana, dalla Motown a Bad, agisce come un potente antidoto alle recriminazioni della critica. Da Mumbai, la coreografa e regista Farah Khan ha rotto ogni indugio, chiedendo addirittura l’Oscar per Jaafar e bollando i recensori come "idioti in ogni Paese". Parole sopra le righe, ma che restituiscono la spaccatura in atto: quella tra il desiderio collettivo di celebrare l’icona e la responsabilità di fare i conti con la sua controversa eredità biografica.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il film si presenta con lo stesso paradosso. Le platee europee, storicamente sensibili al mito jacksoniano, potrebbero replicare il boom commerciale, mentre la critica continentale, già esercitata su biopic musicali come Bohemian Rhapsody, tornerà a interrogarsi sui limiti della formula autorizzata dalla famiglia. Il nodo, tuttavia, non è soltanto estetico: un successo di questa portata rischia di congelare il discorso pubblico sulle accuse rimaste fuori campo, proprio mentre la seconda parte del dittico – già annunciata – dovrà decidere se forzare il perimetro del ’88 o proseguire nell’opera di omissione. La vera scommessa, allora, non è più al botteghino, già ampiamente vinta. È capire se la macchina degli incassi riuscirà a sterilizzare per sempre la memoria, o se la pressione internazionale, alimentata da una stampa che non dimentica, costringerà i custodi del mito a un confronto che finora hanno elegantemente aggirato.

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Michael, il biopic che ignora le ombre ma infrange ogni record al botteghino

Il dato più dirompente non è la pioggia di stroncature, ma l’uragano di incassi: il biopic dedicato a Michael Jackson, intitolato semplicemente "Michael", si avvia a chiudere il weekend d’esordio con una cifra compresa tra i novanta e i cento milioni di dollari solo sul mercato domestico statunitense, bissata da un’apertura globale che potrebbe sfiorare i centottanta milioni. Un’ondata che lo colloca già alle spalle del record annuale firmato da The Super Mario Galaxy Movie e che ridimensiona il pur robusto debutto di Project Hail Mary. In India, la pellicola ha staccato il film di fantascienza con quasi il settanta per cento di vantaggio nella prima giornata, superando i dieci crore di rupie netti in tre giorni, segno di una presa che travalica generi e mercati.

Eppure, il corpo critico nordamericano ha accolto l’opera con un verdetto quasi unanime di bocciatura. Secondo le recensioni d’oltreoceano, "Michael" somiglia più a un lungo spot promozionale che a un racconto cinematografico: girato sotto l’egida dell’Estate del cantante e con i fratelli Jackson nel ruolo di produttori esecutivi – eccezion fatta per Janet, lontana per dissapori pregressi – il film affida al nipote Jaafar il compito di restituire la parabola dell’artista fino al 1988, prima cioè che le accuse di abusi minorili ne incrinassero l’immagine. Un recinto cronologico che, osservano dalla stampa latinoamericana, non è neutrale: il quotidiano messicano El Norte sottolinea come la narrazione si fermi sulla soglia delle prime denunce, mentre in Argentina il commento è ancora più affilato: il film ignora deliberatamente le zone d’ombra, proprio come il consiglio di Berry Gordy al piccolo Michael – "in questo mestiere puoi inventarti quasi tutto".

A rendere il cortocircuito culturale ancora più acuto è lo iato con il pubblico. Le proiezioni in anteprima avevano già cumulato oltre dodici milioni di dollari, superiori ai numeri di Oppenheimer e Dune: Part Two, confermando che il richiamo della discografia jacksoniana, dalla Motown a Bad, agisce come un potente antidoto alle recriminazioni della critica. Da Mumbai, la coreografa e regista Farah Khan ha rotto ogni indugio, chiedendo addirittura l’Oscar per Jaafar e bollando i recensori come "idioti in ogni Paese". Parole sopra le righe, ma che restituiscono la spaccatura in atto: quella tra il desiderio collettivo di celebrare l’icona e la responsabilità di fare i conti con la sua controversa eredità biografica.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il film si presenta con lo stesso paradosso. Le platee europee, storicamente sensibili al mito jacksoniano, potrebbero replicare il boom commerciale, mentre la critica continentale, già esercitata su biopic musicali come Bohemian Rhapsody, tornerà a interrogarsi sui limiti della formula autorizzata dalla famiglia. Il nodo, tuttavia, non è soltanto estetico: un successo di questa portata rischia di congelare il discorso pubblico sulle accuse rimaste fuori campo, proprio mentre la seconda parte del dittico – già annunciata – dovrà decidere se forzare il perimetro del ’88 o proseguire nell’opera di omissione. La vera scommessa, allora, non è più al botteghino, già ampiamente vinta. È capire se la macchina degli incassi riuscirà a sterilizzare per sempre la memoria, o se la pressione internazionale, alimentata da una stampa che non dimentica, costringerà i custodi del mito a un confronto che finora hanno elegantemente aggirato.

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