
Midterm: il calo di Trump negli Stati rossi incrina la maggioranza repubblicana
Il consenso per il presidente scende sotto il 40%, anche nelle sue roccaforti. Al Senato i democratici devono vincere sette gare su otto, ma i repubblicani contano su vantaggi strutturali e divisioni interne.
A più di un anno dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, il consenso presidenziale mostra crepe profonde proprio negli Stati che lo hanno sempre sostenuto. Secondo un’analisi del Newsweek basata sui sondaggi di Civiqs, la sua approvazione netta è calata in ogni singolo Stato dal gennaio 2025, con i tracolli più marcati in tradizionali feudi repubblicani come Florida, Ohio e Nevada, passati in territorio negativo. Parallelamente, un rilevamento di Fox News registrato dalla stampa svedese fissa il gradimento generale al 39%, sotto la soglia psicologica del 40% che funge da spartiacque per le prospettive elettorali. La combinazione della guerra impopolare con l’Iran e dei prezzi crescenti dei carburanti alimenta un malessere diffuso, anche se il presidente del Republican National Committee, Joe Gruters, rassicura che «la base ama il presidente».
Questo deterioramento si innesta su una geografia congressuale già di per sé sfidante per l’opposizione. Dalle analisi in lingua russa di Radio Liberty emerge che il Partito Repubblicano parte da un vantaggio quasi blindato di 48 seggi al Senato, contro i 44 democratici. Per ribaltare la maggioranza, i democratici dovrebbero vincere sette delle otto competizioni davvero in bilico, un’impresa che la storia elettorale rende assai difficile. Eppure, come sottolineano gli analisti italiani de Il Giornale, la struttura elettorale statunitense – con il suo tasso di rielezione degli uscenti e la distribuzione geografica del voto – offre una protezione formidabile agli incumbent, capace di reggere anche a forti venti avversi nell’opinione pubblica. Non sorprende, dunque, che nonostante le turbolenze macroeconomiche i repubblicani restino favoriti.
A incrinare questa corazza istituzionale contribuiscono però le divisioni interne al partito. La testata brasiliana G1 ha raccontato il dilemma dei senatori repubblicani, riuniti prima del Memorial Day in una burrascosa sessione con il procuratore generale ad interim Todd Blanche. Quasi la metà della maggioranza di 53 seggi ha opposto resistenza a un controverso fondo da 1,8 miliardi di dollari voluto da Trump per finanziare gli alleati politici, inducendo la leadership a sospendere un più ampio pacchetto da 72 miliardi per la repressione dell’immigrazione. È il segnale di una base parlamentare sempre meno disposta a seguire incondizionatamente il comandante in capo, che pure ha già stroncato le carriere di due senatori dissidenti.
Nell’ottica dei progressisti di Washington, questa fragilità repubblicana non deve indurre i democratici a cullarsi in false speranze. L’esperienza del 2024, ricorda Vox, ha mostrato come l’appello a «proteggere la democrazia» da Trump non sia bastato a mobilitare l’elettorato, nonostante le previsioni di derive autoritarie si stiano puntualmente avverando con l’uso politico della giustizia e la marginalizzazione del Congresso. Per il centrosinistra americano la sfida è tradurre il malcontento economico in proposta, anziché in allarme istituzionale.
Guardando avanti, lo scenario dei midterm rimane dunque insolitamente aperto. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, un Congresso in bilico significa un interlocutore statunitense potenzialmente distratto dalle dinamiche interne, mentre un Trump indebolito potrebbe irrigidire la retorica populista per rinsaldare la propria base, con ripercussioni sui rapporti commerciali e sulla postura atlantica. Le prossime settimane diranno se il partito repubblicano riuscirà a ricompattarsi attorno al suo leader o se la fronda senatoriale preluda a un ridimensionamento della presidenza più esposta dagli anni Settanta.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
| Stampa latinoamericana | −0.40 | critical |
La stampa anglosassone presenta un quadro complesso: da un lato l'approvazione di Trump crolla anche negli stati repubblicani, dall'altro i democratici non riescono a capitalizzare perché il loro messaggio sulla 'democrazia' non sfonda. L'elettorato resta insoddisfatto, ma nessun partito sembra guadagnare un vantaggio netto.
In Europa continentale i toni sono divisi. I media nordici e dell'Est segnalano l'erosione del consenso di Trump e le crescenti difficoltà repubblicane al Senato. Al contrario, un'analisi mediterranea sostiene che la geografia elettorale e i regolamenti proteggeranno comunque la maggioranza repubblicana, nonostante la crisi energetica e l'impopolarità.
I media latinoamericani mettono in luce le tensioni interne al Partito Repubblicano. I senatori del GOP sono divisi sull'accesso a un fondo controverso da 1,8 miliardi di dollari voluto da Trump per premiare i suoi alleati, e le vittorie nelle primarie non garantiscono la tenuta a novembre. L'influenza del presidente crea sia consenso che fratture.
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