
Missili da 1.850 km e scudi a Guam: la risposta americana alla sfida cinese
Gli Stati Uniti accelerano lo sviluppo di missili convenzionali a lunghissimo raggio e schierano sistemi di difesa aerea a Guam, ridisegnando l'equilibrio strategico nell'Indo-Pacifico.
L’Aeronautica militare statunitense ha avviato il programma per un nuovo missile aria-aria e aria-superficie (AFLRW) con una gittata di oltre 1.850 chilometri, dieci volte superiore a quella degli attuali AMRAAM. L’iniziativa, annunciata in vista di un incontro con i potenziali sviluppatori previsto per fine agosto presso la base di Eglin, in Florida, si affianca al recente test di un missile antinave LRASM lanciato da un bombardiere strategico B-2 durante l’esercitazione Valiant Shield 26, che ha portato all’affondamento di un bersaglio a nord delle Marianne. In parallelo, il Corpo dei Marines ha schierato per la prima volta a Guam il sistema di difesa aerea MRIC, derivato dall’Iron Dome israeliano e dotato di intercettori SkyHunter, colmando un vuoto nella protezione a medio raggio che durava dalla dismissione degli Hawk.
Secondo il Comando delle forze aeree del Pacifico, l’obiettivo è «mantenere un vantaggio decisivo» e garantire «un Pacifico libero e aperto». Nell’ottica di Pechino, tuttavia, queste mosse sono interpretate come tasselli di una strategia di contenimento: il nuovo missile a lunghissimo raggio, in grado di colpire aerei AWACS, navi e posti di comando ben oltre la portata dei radar attuali, minaccerebbe direttamente le capacità cinesi all’interno della prima catena di isole. Analisti della difesa a Washington sottolineano che l’AFLRW, insieme al sistema MRIC, risponde alla necessità di operare in un ambiente negato (A2/AD) e di proteggere Guam, hub logistico fondamentale ormai nel raggio dei missili balistici a medio raggio sviluppati da Pechino.
Per l’Europa e l’Italia, il rafforzamento della postura americana nell’Indo-Pacifico comporta implicazioni indirette ma rilevanti. Secondo analisti di Bruxelles, la concentrazione di risorse e tecnologie nel teatro asiatico potrebbe accelerare il dibattito sull’autonomia strategica europea, mentre la collaborazione con Israele sul sistema MRIC – con produzione negli stabilimenti Raytheon-Rafael in Arkansas – mostra come le alleanze tecnologiche restino transatlantiche. La modernizzazione dell’arsenale nucleare, con la nuova testata W93 e l’estensione di vita del Trident II, conferma un rinnovamento complessivo della triade strategica americana che ha riflessi anche sugli equilibri della deterrenza estesa NATO.
L’esercitazione Valiant Shield 26, in corso fino al 1° luglio tra Marianne, Guam e Giappone, ha rappresentato il banco di prova per queste capacità. L’incontro con l’industria per l’AFLRW è fissato ad agosto, mentre il MRIC entrerà in servizio in tutti i battaglioni di difesa aerea dei Marines tra il 2026 e il 2028. Pechino, dal canto suo, segue con attenzione: secondo fonti diplomatiche regionali, la Cina starebbe ricalibrando la propria strategia militare per rispondere a un avversario che cerca di ripristinare la superiorità nei teatri a lungo raggio.
| Stampa russa e CSI | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | −0.60 | critical |
| Stampa israeliana | +0.20 | neutral |
La Russia denuncia l’iniziativa americana come una minaccia alla stabilità strategica e annuncia contromisure per ristabilire l’equilibrio.
Il Cremlino utilizza il linguaggio della parità strategica e della minaccia esistenziale per giustificare una risposta militare simmetrica, presentando la propria reazione come inevitabile e difensiva.
L’Iran condanna la corsa agli armamenti USA come prova dell’ipocrisia occidentale e avverte che la sicurezza regionale è a rischio.
Teheran collega la mossa nel Pacifico alla propria esperienza nel Golfo, creando un continuum di minaccia per mobilitare il fronte anti-americano e delegittimare le pretese morali di Washington.
Israele accoglie con favore il rafforzamento della presenza USA nel Pacifico come garanzia di stabilità globale e riafferma la propria alleanza strategica.
Gerusalemme normalizza l’iniziativa americana inquadrandola come parte di un ordine internazionale condiviso, minimizzando le tensioni e sottolineando la continuità della cooperazione bilaterale.
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