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Sportvenerdì 12 giugno 2026

Mondiali 2026: il capo del calcio palestinese senza visto, tensioni tra sport e politica

Jibril Rajoub ha potuto partecipare solo alla cerimonia inaugurale a Città del Messico, mentre Stati Uniti e Canada gli hanno negato l’ingresso, riaccendendo il dibattito sulla neutralità degli eventi sportivi globali.

Il presidente della Federazione calcistica palestinese, Jibril Rajoub, si è visto negare i visti d’ingresso per Stati Uniti e Canada, potendo così assistere soltanto agli eventi del Mondiale 2026 in programma in Messico. Rajoub era presente giovedì alla cerimonia d’apertura a Città del Messico, prima della partita inaugurale tra i padroni di casa e il Sudafrica, ma ha rivelato all’AFP che né Washington né Ottawa hanno accolto le sue richieste, presentate presso l’ambasciata americana ad Amman. «Il loro comportamento è ridicolo», ha dichiarato, aggiungendo che rimarrà in territorio messicano per seguire Tunisia-Svezia a Monterrey prima di rientrare in patria. La vicenda ha immediatamente sollevato interrogativi sulla parità di accesso a un evento che aspira a celebrare l’unità globale attraverso il calcio.

L’episodio si inserisce in un contesto di crescenti frizioni diplomatiche. Lo scorso aprile, durante il Congresso FIFA a Vancouver – città canadese dove pure ora gli è stato negato il visto – Rajoub aveva rifiutato di posare per una foto di gruppo con un dirigente israeliano, nonostante gli inviti del presidente Gianni Infantino. Quel gesto aveva già segnalato la profondità delle divisioni politiche che attraversano il mondo del pallone. Non è la prima volta che un alto rappresentante federale subisce restrizioni di viaggio da parte dei Paesi ospitanti dei grandi tornei: precedenti analoghi, confermati da fonti sportive internazionali, hanno coinvolto altre federazioni mediorientali e africane, alimentando le accuse di un uso strumentale delle politiche migratorie.

Le letture della vicenda variano sensibilmente a seconda della prospettiva geo-politica. Da Washington e Ottawa si sottolinea la sovranità nazionale in materia di visti e la necessità di valutazioni caso per caso, legate a eventuali profili di sicurezza o a precedenti condanne – Rajoub fu condannato in Israele per attività legate alla prima Intifada. Al contrario, osservatori mediorientali e diplomatici europei leggono il diniego come un segnale di allineamento politico con le posizioni israeliane, che rischia di minare la credibilità del calcio come strumento di dialogo. Da Bruxelles si evidenzia come l’Unione Europea abbia sempre sostenuto il principio della libera partecipazione agli eventi sportivi, seppur nel rispetto delle leggi nazionali, e si guarda con preoccupazione a un possibile effetto domino su futuri mega-eventi organizzati in Occidente.

L’esclusione di Rajoub dagli Stati Uniti e dal Canada getta un’ombra sulla prima edizione della Coppa del Mondo organizzata congiuntamente da tre nazioni. Mentre il Messico si conferma piattaforma accessibile, le porte blindate dei partner nordamericani sollevano il dubbio che la FIFA, pur avendo ottenuto generiche garanzie di ingresso per la “famiglia del calcio”, possa poco di fronte alle politiche unilaterali. In un’era di forte strumentalizzazione geopolitica dello sport, il caso palestinese ricorda che la promessa di un “mondo unito” passa anche attraverso i visti. Per l’Italia e l’Europa, abituate a ospitare grandi eventi con un approccio generalmente aperto, la vicenda offre un monito sulla necessità di bilanciare sicurezza e diplomazia sportiva, prima che la Coppa del Mondo diventi vittima delle stesse fratture che pretende di superare.

Divergenza — chi la racconta come
42%Media
3 blocchi · posizioni da −1.00 a 0.00
CriticoFavorevole
EURGLFSEA
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa europea continentale0.00neutral
Stampa del Golfo arabo−1.00critical
Stampa sud-est asiatica−0.30critical
Stampa europea continentale0.00

Il presidente della Federazione calcistica palestinese non ha ottenuto i visti d'ingresso per Stati Uniti e Canada, impedendogli di partecipare agli eventi della Coppa del Mondo in quei paesi. Ha dichiarato di aver assistito invece alla cerimonia di apertura in Messico.

DistaccoPragmatismo
Stampa del Golfo arabo−1.00

America e Canada hanno negato i visti d'ingresso al presidente del calcio palestinese, spingendolo a definire 'stupido' il loro comportamento. Ha denunciato la decisione come un abuso e una negazione dei diritti dei calciatori di tutto il mondo a presenziare alla Coppa del Mondo.

IndignazioneVittimismo
Stampa sud-est asiatica−0.30

Il capo della federazione calcistica palestinese non può assistere alle partite della Coppa del Mondo negli Stati Uniti dopo che gli è stato negato il visto, nonostante abbia partecipato all'inaugurazione in Messico. Ha messo in dubbio l'equità di usare o abusare dei dinieghi di visto per impedire a qualsiasi calciatore di venire al torneo.

ScetticismoIndignazione
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venerdì 12 giugno 2026

Mondiali 2026: il capo del calcio palestinese senza visto, tensioni tra sport e politica

Jibril Rajoub ha potuto partecipare solo alla cerimonia inaugurale a Città del Messico, mentre Stati Uniti e Canada gli hanno negato l’ingresso, riaccendendo il dibattito sulla neutralità degli eventi sportivi globali.

Il presidente della Federazione calcistica palestinese, Jibril Rajoub, si è visto negare i visti d’ingresso per Stati Uniti e Canada, potendo così assistere soltanto agli eventi del Mondiale 2026 in programma in Messico. Rajoub era presente giovedì alla cerimonia d’apertura a Città del Messico, prima della partita inaugurale tra i padroni di casa e il Sudafrica, ma ha rivelato all’AFP che né Washington né Ottawa hanno accolto le sue richieste, presentate presso l’ambasciata americana ad Amman. «Il loro comportamento è ridicolo», ha dichiarato, aggiungendo che rimarrà in territorio messicano per seguire Tunisia-Svezia a Monterrey prima di rientrare in patria. La vicenda ha immediatamente sollevato interrogativi sulla parità di accesso a un evento che aspira a celebrare l’unità globale attraverso il calcio.

L’episodio si inserisce in un contesto di crescenti frizioni diplomatiche. Lo scorso aprile, durante il Congresso FIFA a Vancouver – città canadese dove pure ora gli è stato negato il visto – Rajoub aveva rifiutato di posare per una foto di gruppo con un dirigente israeliano, nonostante gli inviti del presidente Gianni Infantino. Quel gesto aveva già segnalato la profondità delle divisioni politiche che attraversano il mondo del pallone. Non è la prima volta che un alto rappresentante federale subisce restrizioni di viaggio da parte dei Paesi ospitanti dei grandi tornei: precedenti analoghi, confermati da fonti sportive internazionali, hanno coinvolto altre federazioni mediorientali e africane, alimentando le accuse di un uso strumentale delle politiche migratorie.

Le letture della vicenda variano sensibilmente a seconda della prospettiva geo-politica. Da Washington e Ottawa si sottolinea la sovranità nazionale in materia di visti e la necessità di valutazioni caso per caso, legate a eventuali profili di sicurezza o a precedenti condanne – Rajoub fu condannato in Israele per attività legate alla prima Intifada. Al contrario, osservatori mediorientali e diplomatici europei leggono il diniego come un segnale di allineamento politico con le posizioni israeliane, che rischia di minare la credibilità del calcio come strumento di dialogo. Da Bruxelles si evidenzia come l’Unione Europea abbia sempre sostenuto il principio della libera partecipazione agli eventi sportivi, seppur nel rispetto delle leggi nazionali, e si guarda con preoccupazione a un possibile effetto domino su futuri mega-eventi organizzati in Occidente.

L’esclusione di Rajoub dagli Stati Uniti e dal Canada getta un’ombra sulla prima edizione della Coppa del Mondo organizzata congiuntamente da tre nazioni. Mentre il Messico si conferma piattaforma accessibile, le porte blindate dei partner nordamericani sollevano il dubbio che la FIFA, pur avendo ottenuto generiche garanzie di ingresso per la “famiglia del calcio”, possa poco di fronte alle politiche unilaterali. In un’era di forte strumentalizzazione geopolitica dello sport, il caso palestinese ricorda che la promessa di un “mondo unito” passa anche attraverso i visti. Per l’Italia e l’Europa, abituate a ospitare grandi eventi con un approccio generalmente aperto, la vicenda offre un monito sulla necessità di bilanciare sicurezza e diplomazia sportiva, prima che la Coppa del Mondo diventi vittima delle stesse fratture che pretende di superare.

Divergenza — chi la racconta come
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Divergenza tra blocchi di stampa
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Stampa del Golfo arabo−1.00critical
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Il presidente della Federazione calcistica palestinese non ha ottenuto i visti d'ingresso per Stati Uniti e Canada, impedendogli di partecipare agli eventi della Coppa del Mondo in quei paesi. Ha dichiarato di aver assistito invece alla cerimonia di apertura in Messico.

DistaccoPragmatismo
Stampa del Golfo arabo−1.00

America e Canada hanno negato i visti d'ingresso al presidente del calcio palestinese, spingendolo a definire 'stupido' il loro comportamento. Ha denunciato la decisione come un abuso e una negazione dei diritti dei calciatori di tutto il mondo a presenziare alla Coppa del Mondo.

IndignazioneVittimismo
Stampa sud-est asiatica−0.30

Il capo della federazione calcistica palestinese non può assistere alle partite della Coppa del Mondo negli Stati Uniti dopo che gli è stato negato il visto, nonostante abbia partecipato all'inaugurazione in Messico. Ha messo in dubbio l'equità di usare o abusare dei dinieghi di visto per impedire a qualsiasi calciatore di venire al torneo.

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