
Nelle scuole russe lezioni obbligatorie sui pericoli del VPN, legati a droga e crimine
Nelle aule di molte regioni russe, da Irkutsk a Rostov, passando per la provincia di Vologda, si sta consumando un nuovo capitolo della guerra informatica voluta dal Cremlino. Le scuole hanno infatti iniziato a tenere lezioni obbligatorie sui rischi connessi all’uso dei servizi VPN, i programmi che permettono di aggirare i blocchi imposti dal governo su siti e piattaforme. L’iniziativa, inserita nei cosiddetti «Colloqui sull’importante» – il ciclo di incontri di educazione civica introdotto dopo l’invasione dell’Ucraina –, assume toni allarmistici: agli studenti viene spiegato che ricorrere a un VPN equivarrebbe a un’aggravante penale o, in alcuni casi, sarebbe associato al consumo di sostanze stupefacenti. In un istituto di Irkutsk, per esempio, il tema è stato affrontato durante un mese dedicato alla lotta alla droga e alla sicurezza finanziaria, con «lezioni sulla prevenzione dell’uso di giochi e reti virtuali VPN».
Dal punto di vista delle autorità di Mosca, questa campagna risponde a una logica di sovranità digitale: si vuole evitare che i giovani accedano a informazioni non filtrate, in un Paese dove la censura su Internet si è fatta sempre più stringente dopo lo scoppio del conflitto. Tuttavia, secondo gli analisti di Bruxelles, il messaggio veicolato nelle scuole va ben oltre la semplice educazione alla cybersecurity. Accostare l’uso del VPN a comportamenti criminali e all’abuso di droghe rappresenta un tentativo di criminalizzare ogni forma di disobbedienza digitale, inasprendo la narrativa che equipara la libertà di navigare senza filtri a una minaccia per la sicurezza nazionale. Per i commentatori europei, il caso russo costituisce un monito: se tecniche di propaganda così pervasive venissero adottate altrove, la fiducia nei principi di apertura della rete – su cui l’Unione europea fonda le sue politiche digitali – potrebbe essere minata.
L’impatto sull’Italia e sull’Europa non è solo indiretto. Roma, insieme a Bruxelles, sta cercando di bilanciare regolamentazione e diritti fondamentali nel quadro del Digital Services Act. La deriva autoritaria russa, con il suo tentativo di trasformare uno strumento tecnico in un tabù sociale, rischia di fornire argomenti a chi, in alcuni governi europei, spinge per controlli più severi sulla rete. Allo stesso tempo, la diaspora russa in Italia – composta da studenti, professionisti e oppositori in esilio – potrebbe subire ripercussioni psicologiche e pratiche: i loro familiari in patria si troveranno sempre più isolati, e il divario informativo renderà ancora più difficile mantenere legami autentici.
Guardando avanti, il vero nodo è se questo tipo di educazione forzata possa normalizzare l’autocensura tra i giovanissimi. In un’ottica di lungo periodo, la lezione che le autorità di Pechino e Mosca stanno impartendo ai propri cittadini è che ogni scelta digitale ha un prezzo politico. Per l’Europa, il compito è inverso: dimostrare che la trasparenza e la libertà di accesso alle informazioni possono coesistere con la sicurezza, senza bisogno di trasformare un software in un nemico pubblico. La sfida è aperta, e le aule scolastiche di Irkutsk o Vologda ne sono solo un sintomo lontano ma preoccupante.
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