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domenica 26 aprile 2026

Israele colpisce Hezbollah in Libano: sei morti e cessate il fuoco già a rischio

Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, prolungato su impulso di Washington soltanto giovedì scorso, è già scosso da una nuova escalation che sabato ha fatto almeno sei morti nel sud del Libano. Nella serata, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato all’esercito di «colpire con forza» obiettivi del movimento sciita filo-iraniano, dopo che l’intelligence militare aveva segnalato una serie di violazioni della tregua – fra cui il lancio di droni esplosivi verso postazioni israeliane nella zona di Qantara, fortunatamente senza feriti. L’ordine ha innescato una sequenza di raid aerei che ha immediatamente alzato la temperatura lungo la Linea Blu.

Nella giornata, attacchi su un camion e una motocicletta a Yohmor al-Shaqeef, nel distretto di Nabatiye, avevano già ucciso quattro persone; altri due corpi sono stati recuperati in località distinte, portando il bilancio complessivo a sei vittime, secondo il ministero della Salute libanese. In serata, una nuova ondata di incursioni ha colpito quattro villaggi – Hadatha, Zepqin, Kherbet Selem e Sultanieh – nei distretti di Bint Jbeil, Tiro e Nabatiye. L’esercito israeliano ha giustificato l’azione parlando di «infrastrutture terroristiche» e ha rivendicato l’eliminazione di alcuni miliziani, tra cui tre a bordo di un veicolo carico di armi.

L’accordo di cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti e più volte sul punto di sgretolarsi, non ha mai prodotto una cessazione completa delle ostilità: ha piuttosto ridotto l’intensità degli scontri, mentre Israele mantiene truppe in una fascia di territorio libanese autodichiarata zona di sicurezza. L’estensione di tre settimane concordata nei colloqui di Washington doveva servire a consolidare meccanismi di monitoraggio più robusti e avviare negoziati indiretti su questioni di più lungo termine, ma la cronaca delle ultime ore ne mostra tutta la fragilità. Da Beirut, l’interpretazione è univoca: le incursioni israeliane rappresentano una palese violazione di un’intesa già precaria, e le autorità libanesi denunciano il costo umano di un conflitto che non accenna a spegnersi, in un Paese stremato dalla crisi economica e dalle macerie istituzionali.

Da Tel Aviv, invece, si insiste sulla necessità di una risposta proporzionata: il lancio di droni, seppur senza vittime, è considerato una linea rossa che il governo Netanyahu non poteva ignorare, anche a costo di incrinare il delicato equilibrio diplomatico con Washington. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’escalation riaccende l’allarme nel Vecchio Continente, dove si guarda con crescente preoccupazione al possibile tracollo della tregua. L’Italia, in particolare, ha interessi diretti: oltre mille militari italiani sono schierati nella missione UNIFIL, e un ritorno alla guerra aperta esporrebbe quei contingenti a rischi elevati, oltre a innescare nuove ondate migratorie incontrollate verso le coste europee, con un probabile aumento della pressione sui confini meridionali dell’Unione.

Da Teheran, finora, è giunto un silenzio eloquente: il regime iraniano osserva e calibra, perché una reazione scomposta di Hezbollah potrebbe trascinare l’intera regione in una spirale che nessuno, in questo momento, pare davvero in grado di governare. Il vero snodo è ora la capacità della diplomazia di riprendere il controllo della situazione. L’estensione del cessate il fuoco aveva illuso di poter aprire uno spazio politico, ma la sequenza di azione e reazione rischia di trascinare tutti in una logica meramente militare.

Se Washington non riuscirà a esercitare un’influenza sufficiente su entrambe le parti – e se l’Europa non si farà sentire con una voce più assertiva, andando oltre il ruolo di spettatore finanziario della ricostruzione – il Libano potrebbe precipitare in una nuova stagione di violenza, con ripercussioni immediate sulla sicurezza del Mediterraneo allargato. La partita, in fondo, non si gioca solo nei villaggi del sud, ma anche nei corridoi delle cancellerie, dove si decide se la parola «tregua» debba tornare a significare qualcosa di concreto.

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Israele colpisce Hezbollah in Libano: sei morti e cessate il fuoco già a rischio

Il cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, prolungato su impulso di Washington soltanto giovedì scorso, è già scosso da una nuova escalation che sabato ha fatto almeno sei morti nel sud del Libano. Nella serata, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato all’esercito di «colpire con forza» obiettivi del movimento sciita filo-iraniano, dopo che l’intelligence militare aveva segnalato una serie di violazioni della tregua – fra cui il lancio di droni esplosivi verso postazioni israeliane nella zona di Qantara, fortunatamente senza feriti. L’ordine ha innescato una sequenza di raid aerei che ha immediatamente alzato la temperatura lungo la Linea Blu.

Nella giornata, attacchi su un camion e una motocicletta a Yohmor al-Shaqeef, nel distretto di Nabatiye, avevano già ucciso quattro persone; altri due corpi sono stati recuperati in località distinte, portando il bilancio complessivo a sei vittime, secondo il ministero della Salute libanese. In serata, una nuova ondata di incursioni ha colpito quattro villaggi – Hadatha, Zepqin, Kherbet Selem e Sultanieh – nei distretti di Bint Jbeil, Tiro e Nabatiye. L’esercito israeliano ha giustificato l’azione parlando di «infrastrutture terroristiche» e ha rivendicato l’eliminazione di alcuni miliziani, tra cui tre a bordo di un veicolo carico di armi.

L’accordo di cessate il fuoco, mediato dagli Stati Uniti e più volte sul punto di sgretolarsi, non ha mai prodotto una cessazione completa delle ostilità: ha piuttosto ridotto l’intensità degli scontri, mentre Israele mantiene truppe in una fascia di territorio libanese autodichiarata zona di sicurezza. L’estensione di tre settimane concordata nei colloqui di Washington doveva servire a consolidare meccanismi di monitoraggio più robusti e avviare negoziati indiretti su questioni di più lungo termine, ma la cronaca delle ultime ore ne mostra tutta la fragilità. Da Beirut, l’interpretazione è univoca: le incursioni israeliane rappresentano una palese violazione di un’intesa già precaria, e le autorità libanesi denunciano il costo umano di un conflitto che non accenna a spegnersi, in un Paese stremato dalla crisi economica e dalle macerie istituzionali.

Da Tel Aviv, invece, si insiste sulla necessità di una risposta proporzionata: il lancio di droni, seppur senza vittime, è considerato una linea rossa che il governo Netanyahu non poteva ignorare, anche a costo di incrinare il delicato equilibrio diplomatico con Washington. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’escalation riaccende l’allarme nel Vecchio Continente, dove si guarda con crescente preoccupazione al possibile tracollo della tregua. L’Italia, in particolare, ha interessi diretti: oltre mille militari italiani sono schierati nella missione UNIFIL, e un ritorno alla guerra aperta esporrebbe quei contingenti a rischi elevati, oltre a innescare nuove ondate migratorie incontrollate verso le coste europee, con un probabile aumento della pressione sui confini meridionali dell’Unione.

Da Teheran, finora, è giunto un silenzio eloquente: il regime iraniano osserva e calibra, perché una reazione scomposta di Hezbollah potrebbe trascinare l’intera regione in una spirale che nessuno, in questo momento, pare davvero in grado di governare. Il vero snodo è ora la capacità della diplomazia di riprendere il controllo della situazione. L’estensione del cessate il fuoco aveva illuso di poter aprire uno spazio politico, ma la sequenza di azione e reazione rischia di trascinare tutti in una logica meramente militare.

Se Washington non riuscirà a esercitare un’influenza sufficiente su entrambe le parti – e se l’Europa non si farà sentire con una voce più assertiva, andando oltre il ruolo di spettatore finanziario della ricostruzione – il Libano potrebbe precipitare in una nuova stagione di violenza, con ripercussioni immediate sulla sicurezza del Mediterraneo allargato. La partita, in fondo, non si gioca solo nei villaggi del sud, ma anche nei corridoi delle cancellerie, dove si decide se la parola «tregua» debba tornare a significare qualcosa di concreto.

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