
Oltre 200 obiettivi Usa colpiti in Medio Oriente: l'Iran ha colpito più del dichiarato
Immagini satellitari rivelano danni a 228 strutture su 15 basi americane. Washington ha sottostimato la portata degli attacchi, secondo analisi indipendenti.
La portata reale degli attacchi iraniani contro le forze statunitensi in Medio Oriente è stata molto più ampia di quanto ammesso pubblicamente dall’amministrazione Trump. Un’analisi approfondita di oltre cento immagini satellitari, condotta tra fonti iraniane e dati del sistema europeo Copernicus, ha contato almeno 228 strutture o equipaggiamenti danneggiati o distrutti su quindici basi americane sparse tra Bahrein, Kuwait, Qatar e altri paesi del Golfo. Hangar, caserme, depositi di carburante, aerei, radar e sistemi di difesa aerea: nessuna componente è stata risparmiata. Il dato, pubblicato dal Washington Post, smentisce le rassicurazioni ufficiali di Washington, che aveva sempre parlato di danni limitati e contenuti.
Dal punto di vista operativo, l’offensiva iraniana ha colpito con precisione inaspettata per un paese considerato tecnologicamente inferiore. Secondo gli analisti della regione, Teheran ha sfruttato una combinazione di missili balistici e droni, questi ultimi meno potenti ma assai più difficili da intercettare per le difese americane. Più della metà dei danni si concentra nella sede della Quinta Flotta a Manama, in Bahrein, e in tre basi kuwaitiane: Ali al-Salem, Camp Arifjan e Camp Buehring. Il Centro di comunicazioni satellitari di Al Udeid, in Qatar, è stato colpito, così come i sistemi Patriot a Riffa e Isa. Il Pentagono non ha mai fornito un bilancio complessivo, limitandosi a dichiarazioni parziali.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la vicenda ha implicazioni dirette. Le basi utilizzate dagli alleati, tra cui quelle italiane in Kuwait e Qatar, rientrano nella medesima architettura logistica americana: la vulnerabilità evidenziata dalle immagini satellitari riguarda anche i contingenti europei. Gli analisti di Bruxelles sottolineano come la capacità iraniana di colpire con precisione obiettivi militari cambi radicalmente il calcolo strategico per la Nato. Se un attacco simile fosse stato lanciato contro basi in Italia o in Grecia, la difesa aerea europea si sarebbe trovata impreparata.
A rendere ancora più allarmante il quadro è la constatazione che molti di questi bersagli erano stati abbandonati dal personale americano, spostato fuori dalla portata dei missili proprio per il timore di attacchi. Ma la distruzione materiale, secondo gli esperti citati dall’analisi, testimonia una sottovalutazione delle capacità iraniane: i droni, in particolare, hanno colpito dove i sistemi antimissile tradizionali falliscono. L’ottica di Pechino, da sempre attenta agli equilibri del Golfo, vede in questo episodio un’ulteriore prova della fine dell’invulnerabilità militare americana nella regione.
Guardando al futuro, il conflitto in Medio Oriente entra in una fase nuova. L’evidenza dei danni – ben superiore a qualsiasi stima ufficiale – potrebbe spingere l’amministrazione Trump a rivedere la propria postura, ma anche a intensificare le pressioni diplomatiche. La strada per un negoziato, che il presidente americano ha definito prematuro, si fa più stretta. Intanto, il solo fatto che un paese come l’Iran, con forze aeree e navali logorate, abbia inflitto un simile colpo a una superpotenza, segna uno spartiacque strategico. Le basi americane in Medio Oriente non sono più santuari inviolabili.
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