
Oro, crollo mensile peggiore dal 2008: dollaro forte e tassi Fed affondano le quotazioni
Il metallo prezioso perde oltre il 12% in giugno, scivolando sotto i 4.000 dollari, mentre le tensioni in Medio Oriente spingono l'inflazione e le attese di rialzi dei tassi americani.
L'oro ha toccato i minimi da sette mesi, avviandosi a registrare il calo mensile più marcato dall'ottobre 2008. Nelle prime ore di martedì il prezzo spot è sceso fino a 3.956 dollari l'oncia, per poi recuperare leggermente sopra quota 4.030, con una perdita mensile superiore al 12% e il quarto ribasso consecutivo. Su base trimestrale, il metallo prezioso si avvia al peggior risultato dal secondo trimestre del 2013, interrompendo una striscia positiva che durava dal 2024.
Il meccanismo che sta penalizzando l'oro è duplice. Da un lato, il dollaro statunitense si avvia al secondo guadagno mensile consecutivo, rendendo il metallo più costoso per i detentori di altre valute, euro compreso. Dall'altro, le aspettative di rialzo dei tassi della Federal Reserve si sono rafforzate: secondo i mercati dei futures di Chicago, gli operatori attribuiscono una probabilità del 65% a un aumento a settembre e prevedono tre strette entro fine anno. A innescare queste attese è stata l'impennata dei prezzi dell'energia, alimentata dal conflitto in Medio Oriente, che ha riacceso i timori inflazionistici e cancellato le scommesse su eventuali tagli dei tassi nel 2026.
L'impatto si estende all'intero comparto dei metalli preziosi: argento, platino e palladio sono tutti in rotta per perdite mensili e trimestrali. Anche il petrolio si avvia al peggior trimestre dall'inizio del 2020, con gli investitori che guardano ai possibili sviluppi diplomatici tra Iran e Stati Uniti, nonostante Teheran abbia smentito l'esistenza di incontri in programma a Doha. Secondo gli analisti del Golfo, la correzione dell'oro va interpretata come una fase di consolidamento all'interno di un mercato toro secolare, a condizione che i prezzi tengano la zona di supporto tra 3.700 e 3.800 dollari. Una rottura di questa soglia aprirebbe la strada verso 3.400 dollari, mentre un rimbalzo potrebbe puntare inizialmente a 4.300.
In un orizzonte più ampio, un sondaggio dell'OMFIF, think tank londinese, segnala che un numero crescente di banche centrali intende ridurre l'esposizione al dollaro nel prossimo decennio, un fattore che secondo gli analisti del Nord Europa continua a offrire un sostegno strutturale alla domanda di oro fisico. Per gli investitori europei, la forza del biglietto verde rappresenta un ulteriore freno, ma il quadro di fondo resta condizionato dalle prossime mosse della Fed. L'attenzione si concentra ora sui dati sul mercato del lavoro statunitense in uscita questa settimana, a partire dal rapporto ADP e dai nonfarm payrolls, che forniranno indicazioni decisive sul percorso dei tassi.
| Stampa iraniana e affini | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.20 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | +0.10 | neutral |
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
L'Iran denuncia la manipolazione del dollaro e riafferma la resilienza della propria economia, attribuendo il crollo dell'oro a una cospirazione statunitense.
Si costruisce una narrazione di complotto finanziario occidentale, dove ogni dato negativo per l'oro viene letto come un attacco deliberato degli USA, ignorando i fondamentali di mercato.
Viene omesso il ruolo della forte economia americana e della domanda globale di dollaro come cause strutturali del rafforzamento del biglietto verde.
La regione osserva con cautela l'impatto del crollo dell'oro, collegandolo alle tensioni geopolitiche in corso e alla volatilità dei mercati.
Si contestualizza l'evento all'interno delle dinamiche regionali, presentandolo come un sintomo di instabilità più ampia, senza approfondire le cause economiche globali.
Viene omessa l'analisi dettagliata dei fattori macroeconomici come la politica monetaria della Fed, preferendo una lettura geopolitica.
I mercati del Golfo interpretano il calo come una correzione tecnica, sottolineando la resilienza delle economie locali e la fiducia nel dollaro.
Si normalizza l'evento come parte del ciclo economico, enfatizzando la stabilità delle economie del Golfo e minimizzando i rischi sistemici.
Viene omesso il potenziale impatto negativo su paesi importatori di oro e la possibilità che il rafforzamento del dollaro possa danneggiare le economie emergenti.
Gli analisti europei trattano il crollo come un dato macroeconomico, offrendo consigli di portafoglio e riducendo l'evento a variabili finanziarie.
Si adotta un linguaggio tecnico e distaccato, trasformando un evento potenzialmente allarmante in una serie di indicatori e raccomandazioni, depotenziando la carica emotiva.
Viene omessa la dimensione geopolitica e l'impatto sociale del crollo, concentrandosi esclusivamente sugli aspetti finanziari.
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