
Teheran, la missione segreta del generale pakistano per scongiurare la guerra
Visita a sorpresa del capo di stato maggiore Asim Munir a Teheran per mediare tra Iran e Stati Uniti. Teheran frena sull’intesa, mentre in ballo ci sono asset congelati e la sicurezza dello Stretto di Hormuz.
L’arrivo a Teheran del generale Asim Munir, capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, nella notte tra venerdì e sabato, segna un nuovo capitolo della mediazione silenziosa che Islamabad sta conducendo tra Iran e Stati Uniti. Il ministro dell’Interno iraniano, Eskandar Momeni, lo ha accolto con tutti gli onori, prima di un colloquio maratona con il capo della diplomazia Abbas Araghchi, andato avanti fino a tarda notte. Sul tavolo, secondo i resoconti ufficiali iraniani, «gli ultimi sforzi e iniziative diplomatiche per prevenire un’escalation e porre fine alla guerra imposta da America e regime sionista», oltre a strategie per la stabilità dell’Asia occidentale. Eppure fonti vicine ai negoziatori, citate da media semi-ufficiali, frenano: non è stato ancora raggiunto un accordo preliminare, e le divergenze restano, anche se «si sono ridotte» durante gli ultimi round. La visita del più alto ufficiale pakistano, che nella giornata di sabato ha incontrato anche il presidente Masoud Pezeshkian e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, prima di un secondo faccia a faccia con Araghchi, assume dunque i contorni di un passaggio delicato, non di una svolta.
Nell’ottica di Teheran, la presenza del generale Munir non è di per sé garanzia di un framework negoziale. L’agenzia studentesca iraniana ha citato funzionari secondo cui la Repubblica islamica intende mettere al centro del confronto questioni concrete: la cessazione delle tensioni regionali, lo sblocco degli asset finanziari congelati all’estero e la garanzia della sicurezza delle navi iraniane nelle vie d’acqua internazionali. La diplomazia di Teheran, insomma, cerca di allargare il campo oltre la sola minaccia militare, puntando a un negoziato complessivo che restituisca margini di manovra economica, proprio mentre il presidente americano Donald Trump rilancia toni ultimativi: «farebbero meglio a muoversi in fretta, altrimenti non ne resterà più nulla». L’apparente paradosso – aprire un canale militare mentre la retorica si incendia – rivela una strategia di contenimento che passa per attori regionali capaci di parlare con entrambe le sponde.
Dal canto suo, Islamabad conferma la centralità del proprio ruolo di mediatore, una scelta che riflette tanto la vicinanza geografica quanto legami di sicurezza consolidati con l’Iran, come dimostra l’incontro a livello di ministri dell’Interno e la scelta di inviare non un diplomatico ma il comandante dell’esercito. Gli analisti di Bruxelles osservano con cautela: un eventuale fallimento del canale pakistano riporterebbe la crisi in una dimensione puramente militare, accendendo i mercati energetici. Non è un caso che il segretario di Stato americano Marco Rubio abbia ribadito che Washington spera in un accordo che includa la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’abbandono delle ambizioni nucleari di Teheran. Per l’Italia, che dipende in larga misura dalle rotte petrolifere del Golfo, la posta in gioco è immediata: un’interruzione dei transiti spingerebbe alle stelle il prezzo del greggio, con ricadute su famiglie e imprese già provate da anni di incertezza.
La partita è dunque apertissima. Le fonti iraniane assicurano che «le consultazioni sulle questioni controverse continuano» e che un esito definitivo non è imminente, ma al contempo lasciano filtrare la percezione di un restringimento delle distanze. Il doppio incontro tra Araghchi e Munir, in meno di ventiquattr’ore, suggerisce la volontà di verificare sul campo le proposte americane e di calibrare la risposta iraniana, in un equilibrio instabile tra orgoglio nazionale e necessità di allentare la morsa delle sanzioni. Se il corridoio diplomatico militare confezionato da Islamabad riuscirà effettivamente a scongiurare una deriva bellica, lo si capirà dalle prossime mosse sui dossier più scivolosi: il livello di arricchimento dell’uranio e la trasparenza sulle attività nucleari. Fino ad allora, il silenzioso andirivieni tra Teheran e Islamabad rimane lo specchio di un mondo che cerca faticosamente un linguaggio comune, mentre il tempo stringe.
| Stampa iraniana e affini | +0.30 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa arabo levante-Maghreb | 0.00 | neutral |
| Stampa del Golfo arabo | −0.20 | neutral |
I media iraniani presentano la mediazione pakistana come uno sforzo diplomatico serio sostenuto dalla Cina, sottolineando l'iniziativa in cinque punti come quadro per porre fine alla guerra. Evidenziano la diplomazia itinerante dei funzionari pakistani, incluso il ministro degli interni e il capo dell'esercito, come segni di progresso. Il tono è cautamente ottimista, ritraendo l'Iran come impegnato seriamente nella mediazione.
I media del Levante e del Maghreb riportano la mediazione pakistana come un semplice sviluppo fattuale, spesso citando dichiarazioni ufficiali. Notano il sostegno cinese e l'iniziativa in cinque punti, ma non esprimono opinioni forti. La copertura è breve e inserita tra altre notizie regionali, dando ad essa un'importanza secondaria.
I media del Golfo arabo riportano la mediazione con un tono di cauto scetticismo, sottolineando lo stallo nei colloqui. Notano gli sforzi pakistani, ma suggeriscono che progressi significativi siano ancora sfuggenti. L'iniziativa in cinque punti è menzionata come quadro, ma l'attenzione rimane sui dettagli procedurali e sulla difficoltà di colmare le divergenze.
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