
Pashinyan riottiene la carica di primo ministro in Armenia
Il presidente armeno Vahagn Khachaturyan ha rinominato Nikol Pashinyan premier dopo le dimissioni formali del governo, in conformità con la costituzione.
Il presidente dell’Armenia, Vahagn Khachaturyan, ha firmato un decreto per la nomina di Nikol Pashinyan alla carica di primo ministro, poche ore dopo aver accolto le dimissioni del precedente esecutivo. Come previsto dagli articoli 158 e 130 della costituzione armena, il governo si è dimesso il giorno della prima seduta del nuovo parlamento, eletto il 7 giugno. La procedura è stata descritta dallo stesso Pashinyan come un passaggio formale necessario per avviare la legislatura: i ministri uscenti continuano a svolgere le funzioni fino alla formazione del nuovo gabinetto.
Il partito di Pashinyan, “Contratto Civile”, che alle elezioni ha ottenuto il 49,7% dei voti e 64 seggi su 105, ha presentato la candidatura del suo leader al presidente. Le opposizioni – il blocco “Armenia Forte” (29 seggi) e l’alleanza “Armenia” (12 seggi) – hanno contestato i risultati elettorali, denunciando pressioni e uso della macchina amministrativa e chiedendo l’annullamento del voto alla Corte costituzionale. Secondo il rapporto preliminare della missione di osservazione dell’OSCE, durante la campagna si è esercitata pressione sui partiti di opposizione.
La riapertura del parlamento è stata segnata da una rottura simbolica con la Chiesa apostolica armena: per la prima volta, il catholicos Karekin II non è stato invitato alla cerimonia di apertura, suscitando le critiche dell’opposizione. Il rapporto tra il governo e la chiesa resta teso; nelle settimane precedenti erano state avviate azioni legali contro il catholicos e alcuni gerarchi.
Secondo la costituzione, il nuovo governo dovrà essere formato entro quindici giorni dalla nomina del premier. Pashinyan dovrà proporre i nomi dei vicepremier e dei ministri entro cinque giorni, lasciando al presidente tre giorni per nominarli o rivolgersi alla Corte costituzionale.
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La procedura costituzionale viene rispettata, ma il vero nodo è l'assenza del Catholicos, che segnala una spaccatura tra il governo e la Chiesa armena.
Il blocco rende plausibile la propria posizione dando risalto a un dettaglio simbolico (l'assenza del Catholicos) per suggerire che la stabilità politica è minata da tensioni nascoste.
Viene omesso il fatto che la Corte Costituzionale ha confermato la regolarità delle elezioni, rafforzando la legittimità del processo.
La procedura costituzionale è rispettata e il premier rimane in carica con il sostegno popolare.
Il blocco normalizza la transizione presentandola come una routine amministrativa, evitando conflitti interni.
Viene omessa la disputa con la Chiesa apostolica armena, che avrebbe potuto minare l'immagine di stabilità.
Il cambio di governo è una pura formalità costituzionale, e la maggioranza parlamentare garantisce la continuità.
Il blocco si concentra sugli aspetti procedurali e sui numeri elettorali, evitando interpretazioni conflittuali.
Non viene riportata la mancata partecipazione del Catholicos, che altrove è stata presentata come un segno di tensione.
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