
Perù, Keiko Fujimori allunga sul filo dei voti esteri: ma il verdetto resta in bilico
Con il 99% delle schede scrutinate la candidata conservatrice guida per 30mila preferenze, ma 1.661 atti contestati e il riconteggio in tre città all’estero rimandano la proclamazione a metà luglio.
A due settimane dal ballottaggio del 6 giugno, il Perù resta sospeso in un’attesa che sa già di luglio. Keiko Fujimori, erede della controversa dinastia politica, ha consolidato un vantaggio minimo ma tangibile su Roberto Sánchez, il candidato della sinistra radicale: con il 99% dei voti scrutinati, la leader di Forza Popular guida per circa 30.900 preferenze, attestandosi al 50,085% contro il 49,915% dell’avversario. Un margine che si è costruito quasi interamente grazie ai voti della diaspora, dove la figlia dell’ex presidente Alberto Fujimori capitalizza un’ampia supremazia, mentre Sánchez continua a prevalere nel conteggio domestico. Eppure, la partita è tutt’altro che chiusa: 1.661 atti elettorali restano sotto osservazione e il Tribunale elettorale (JNE) ha disposto il riconteggio delle schede in tre città estere, rinviando ogni proclamazione ufficiale almeno fino a metà luglio, a ridosso della cerimonia di insediamento prevista per il 28 luglio.
La contesa ripropone la frattura che da anni attraversa la società peruviana, sospesa tra il richiamo all’ordine incarnato dal fujimorismo e la promessa di rottura rappresentata da Sánchez, erede politico di Pedro Castillo. Se Keiko Fujimori – già tre volte sconfitta al ballottaggio – punta sulla continuità liberista e sulla mano ferma contro l’instabilità che ha divorato sei presidenti in otto anni, il candidato di Juntos por el Perú evoca la rifondazione costituzionale e una redistribuzione radicale delle risorse minerarie. Il testa a testa, seguito con apprensione dalle cancellerie latinoamericane, riproduce le tensioni che nel 2021 portarono Castillo a prevalere per appena 44mila voti, salvo poi essere destituito dopo un fallito autogolpe. Oggi, con un’economia in ripresa ma disuguaglianze profonde, il Perù si conferma laboratorio di polarizzazione.
L’esito interessa da vicino anche l’Europa e l’Italia. Bruxelles osserva con attenzione la tenuta dell’accordo commerciale multipartito con la Comunità Andina, mentre gli investitori italiani attivi nel settore estrattivo e delle infrastrutture – dal rame di Las Bambas ai progetti di Enel – temono che una virata a sinistra possa irrigidire le condizioni fiscali e normative. Pechino, dal canto suo, segue con malcelata inquietudine: il Perù è il secondo destinatario degli investimenti cinesi in America Latina e un nodo cruciale per la fornitura di minerali strategici. Un governo Sánchez potrebbe rivedere le concessioni minerarie, mentre una presidenza Fujimori garantirebbe maggiore prevedibilità agli occhi di Washington e dei mercati.
La strada verso la proclamazione resta disseminata di ostacoli procedurali. Il JNE dovrà risolvere le impugnazioni su atti che presentano anomalie o incongruenze, un processo che in passato ha richiesto settimane e alimentato accuse di frode. Il riconteggio disposto in tre circoscrizioni estere – non ancora specificate – potrebbe erodere o ampliare il sottile solco tra i due contendenti. In un clima già surriscaldato, ogni ritardo rischia di fornire benzina alle narrative di brogli che entrambi gli schieramenti hanno iniziato a ventilare.
Qualunque sia il nome che uscirà dal labirinto elettorale, il nuovo presidente erediterà un paese segnato da una cronica crisi di rappresentanza e da una sfiducia nelle istituzioni che il lungo conteggio non potrà che aggravare. La vera sfida, per Lima come per i partner internazionali, sarà trasformare un verdetto risicato in un mandato di governabilità, evitando che il Perù sprofondi in un nuovo ciclo di instabilità.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa giapponese-coreana | 0.00 | neutral |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.50 | critical |
La candidata di destra Keiko Fujimori ha ampliato il suo vantaggio a circa 30.000 voti, con il 99% delle schede scrutinate. Il risultato finale dipende ancora dall'esame di un piccolo numero di verbali contestati, ma il margine si consolida lentamente.
Con oltre il 98,5% dei voti scrutinati, Keiko Fujimori guida con un margine di soli 18.478 voti, pari a 0,1 punti percentuali. È una delle elezioni più serrate nella storia recente dell'America Latina.
Il vantaggio di Keiko Fujimori si allarga a 30.000 voti in un'elezione che tiene il Perù con il fiato sospeso. L'ombra del passato autoritario del padre e il margine risicato alimentano timori di contestazioni e instabilità, mentre gli osservatori internazionali seguono con apprensione.
In Perù, il cosiddetto baluardo democratico mostra ancora una volta il suo volto caotico: un'elezione presidenziale decisa da poche migliaia di voti, con accuse reciproche e verbali contestati. L'Occidente osserva con preoccupazione la propria creatura instabile, mentre la figlia dell'ex dittatore Fujimori si avvicina alla vittoria.
Allarga lo sguardo
Washington impone dazi del 15% e prezzi minimi sul polisilicio, la mossa per arginare il dominio cinese
5 lingue · 13 testate
Da TechnologyApple rimuove Telegram dall’App Store per materiale pedopornografico, poi lo ripristina in giornata
3 lingue · 21 testate
Da Science & HealthLa FDA approva il primo vaccino antinfluenzale a mRNA di Moderna per gli over 50
3 lingue · 11 testate