
Putin abbraccia Teheran mentre i colloqui con Washington naufragano
L’incontro a San Pietroburgo tra il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e Vladimir Putin segna il punto più delicato della crisi che oppone Teheran a Washington e a Israele. Il presidente russo ha offerto un sostegno senza incrinature: «La Russia farà tutto ciò che serve ai vostri interessi e a quelli di tutti i popoli della regione affinché la pace arrivi al più presto», ha dichiarato, lodando il popolo iraniano che «combatte coraggiosamente per la propria sovranità». La promessa di Mosca arriva mentre ogni canale diplomatico con gli Stati Uniti appare interrotto e la guerra, con oltre tremila vittime in Iran, rischia di incendiare lo scalo petrolifero più sensibile del pianeta.
Il viaggio di Araghchi in Russia è la quarta tappa di una maratona diplomatica che ha toccato due volte il Pakistan e fatto sosta in Oman, tradizionale ponte tra mondi ostili. Proprio Islamabad aveva ospitato l’unico round negoziale tra americani e iraniani, naufragato senza appello. La speranza di riallacciare il filo, riaccesa nel fine settimana, si è spenta quando il presidente Trump ha cancellato la missione dei suoi inviati Steve Witkoff e Jared Kushner. Secondo l’ottica di Teheran, sono «gli approcci americani» ad aver fatto fallire il dialogo, mentre da Mosca si fa notare che è «difficile sopravvalutare» l’importanza di un confronto diretto con l’Iran in una fase tanto turbolenta.
La sintonia tra il Cremlino e la Repubblica islamica non è soltanto retorica. Poche ore prima, Russia e Cina avevano bloccato congiuntamente una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, segno di un’alleanza che punta a ridisegnare l’architettura di sicurezza mediorientale. Sul tavolo, secondo indiscrezioni raccolte da fonti iraniane, c’è anche una proposta per uno “Strait of Hormuz deal”: un accordo che, congelando temporaneamente il confronto nucleare, miri a scongiurare il blocco del braccio di mare da cui transita un quinto del petrolio mondiale. Teheran sa di brandire un’arma geoeconomica letale e la agita con prudenza calcolata.
Nelle capitali europee l’allarme è palpabile. Un’interruzione prolungata dei traffici nello Stretto di Hormuz farebbe schizzare il prezzo del greggio a livelli che l’Italia, priva di consistenti riserve proprie e dipendente dalle importazioni via mare, non potrebbe reggere senza danni profondi alla ripresa industriale. Bruxelles osserva con ansia il cortocircuito diplomatico, consapevole che l’asse Mosca-Teheran-Pechino può incunearsi nella frattura tra le due sponde dell’Atlantico, sfruttando ogni passo falso dell’amministrazione Trump. Gli analisti della Commissione temono che la rottura formale del canale negoziale spinga l’Iran a cercare in Russia non solo un fornitore di tecnologia militare, ma anche un garante politico in grado di aumentare il costo di un’offensiva americana o israeliana.
La prospettiva che si apre è quella di un pericoloso stallo. Mentre Putin si accredita come mediatore indispensabile, il rischio di incidenti navali o di un’escalation asimmetrica — attacchi alle infrastrutture energetiche dei Paesi del Golfo — cresce ogni giorno che passa senza un’agenda negoziale condivisa. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, diventa vitale costruire un’iniziativa diplomatica parallela che coinvolga gli attori regionali disposti al dialogo, dall’Oman al Qatar, evitando di restare inermi tra la morsa di sanzioni americane e il ricatto energetico che potrebbe arrivare dal Golfo Persico. La pace promessa da Putin non è quella immaginata a Bruxelles: è la pace di chi ridisegna le sfere d’influenza su macerie ancora fumanti.
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