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sabato 25 aprile 2026

Quando il guardiano dell’odio paga l’odio: l’atto d’accusa che incrina un’icona americana

Ciò che fino a ieri sembrava un paradosso della propaganda conservatrice è divenuto un caso giudiziario destinato a ridefinire i confini della lotta all’estremismo negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia, con l’annuncio del procuratore generale facente funzione Todd Blanche, ha incriminato il Southern Poverty Law Center (SPLC) per frode finanziaria: l’organizzazione avrebbe deviato oltre tre milioni di dollari donati dai sostenitori per retribuire informatori interni al Ku Klux Klan e ad altre formazioni neonaziste, occultando i flussi di denaro. L’accusa, depositata il 21 aprile, non riguarda l’attività di infiltrazione in sé – peraltro sospesa – bensì l’aver taciuto ai donatori che una parte cospicua dei fondi finanziava proprio quell’odio che lo SPLC prometteva di smascherare.

La notizia risuona con particolare fragore perché per decenni il centro dell’Alabama è stato, nell’immaginario progressista globale, il termometro più autorevole del razzismo organizzato americano. Le sue mappe dell’intolleranza venivano citate da Bruxelles a Berlino per calibrare le politiche di contrasto, e le sue etichette di “gruppo d’odio” potevano delegittimare movimenti politici e culturali. Ora, secondo gli analisti conservatori di Washington, quell’autorità morale si trasforma nel suo opposto: la prova che la minaccia suprematista veniva, se non creata, quanto meno alimentata da chi pretendeva di denunciarla. Il riferimento immediato corre all’annosa polemica sul raduno di Charlottesville del 2017, quando Donald Trump disse che c’erano “brave persone da entrambe le parti” e venne accusato di equiparare antirazzisti e suprematisti. In ambienti vicini all’ex presidente si sostiene da anni che la celebre frase fu deliberatamente distorta per costruire un falso narrativo, e l’incriminazione dello SPLC offrirebbe ora l’occasione per riaprire il dossier.

Mentre il caso giudiziario si sviluppa, lo stesso Trump è tornato a muoversi su un terreno che mescola discredito personale e tensioni razziali, attaccando su Truth Social il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries e la commentatrice conservatrice Candace Owens, entrambi afroamericani, definendoli “persone a basso QI”. L’attacco alla Owens – a cui Trump ha dedicato anche un fotomontaggio che la ritrae come “Vile Persona dell’Anno” del Time – si inserisce in una frattura tutta interna alla destra americana, ma ha un’inattesa propaggine europea. La podcaster aveva infatti rilanciato, senza alcuna prova, la teoria secondo cui la première dame francese Brigitte Macron sarebbe una donna transgender, innescando vibrate reazioni a Parigi. Nell’ottica europea, questa vicenda appare emblematica di come la macchina delle bufele americane valichi l’Atlantico con sempre maggiore disinvoltura, nutrendo circuiti complottisti già attivi nel Vecchio Continente.

L’incriminazione dello SPLC e le aggressive sortite presidenziali compongono così un quadro in cui il confine tra denuncia e strumentalizzazione dell’estremismo diventa labile. Per l’Italia, tradizionalmente attenta ai modelli statunitensi di monitoraggio dell’odio, il momento è di riflessione: alcuni osservatori di Roma suggeriscono che il caso rafforzi le voci di chi, anche nel nostro paese, considera le classificazioni di gruppi d’odio un’arma politica piuttosto che uno strumento scientifico. Allo stesso tempo, la crisi di credibilità di un ente privato che fungeva da supplente delle agenzie governative rischia di lasciare un vuoto nell’analisi delle destre radicali transatlantiche, proprio mentre la vigilanza democratica appare più necessaria che mai in vista delle elezioni americane del 2024. La partita sulla verità di Charlottesville, e sul modo in cui le società liberali raccontano l’intolleranza, è appena entrata in una fase nuova.

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Quando il guardiano dell’odio paga l’odio: l’atto d’accusa che incrina un’icona americana

Ciò che fino a ieri sembrava un paradosso della propaganda conservatrice è divenuto un caso giudiziario destinato a ridefinire i confini della lotta all’estremismo negli Stati Uniti. Il Dipartimento di Giustizia, con l’annuncio del procuratore generale facente funzione Todd Blanche, ha incriminato il Southern Poverty Law Center (SPLC) per frode finanziaria: l’organizzazione avrebbe deviato oltre tre milioni di dollari donati dai sostenitori per retribuire informatori interni al Ku Klux Klan e ad altre formazioni neonaziste, occultando i flussi di denaro. L’accusa, depositata il 21 aprile, non riguarda l’attività di infiltrazione in sé – peraltro sospesa – bensì l’aver taciuto ai donatori che una parte cospicua dei fondi finanziava proprio quell’odio che lo SPLC prometteva di smascherare.

La notizia risuona con particolare fragore perché per decenni il centro dell’Alabama è stato, nell’immaginario progressista globale, il termometro più autorevole del razzismo organizzato americano. Le sue mappe dell’intolleranza venivano citate da Bruxelles a Berlino per calibrare le politiche di contrasto, e le sue etichette di “gruppo d’odio” potevano delegittimare movimenti politici e culturali. Ora, secondo gli analisti conservatori di Washington, quell’autorità morale si trasforma nel suo opposto: la prova che la minaccia suprematista veniva, se non creata, quanto meno alimentata da chi pretendeva di denunciarla. Il riferimento immediato corre all’annosa polemica sul raduno di Charlottesville del 2017, quando Donald Trump disse che c’erano “brave persone da entrambe le parti” e venne accusato di equiparare antirazzisti e suprematisti. In ambienti vicini all’ex presidente si sostiene da anni che la celebre frase fu deliberatamente distorta per costruire un falso narrativo, e l’incriminazione dello SPLC offrirebbe ora l’occasione per riaprire il dossier.

Mentre il caso giudiziario si sviluppa, lo stesso Trump è tornato a muoversi su un terreno che mescola discredito personale e tensioni razziali, attaccando su Truth Social il leader della minoranza alla Camera Hakeem Jeffries e la commentatrice conservatrice Candace Owens, entrambi afroamericani, definendoli “persone a basso QI”. L’attacco alla Owens – a cui Trump ha dedicato anche un fotomontaggio che la ritrae come “Vile Persona dell’Anno” del Time – si inserisce in una frattura tutta interna alla destra americana, ma ha un’inattesa propaggine europea. La podcaster aveva infatti rilanciato, senza alcuna prova, la teoria secondo cui la première dame francese Brigitte Macron sarebbe una donna transgender, innescando vibrate reazioni a Parigi. Nell’ottica europea, questa vicenda appare emblematica di come la macchina delle bufele americane valichi l’Atlantico con sempre maggiore disinvoltura, nutrendo circuiti complottisti già attivi nel Vecchio Continente.

L’incriminazione dello SPLC e le aggressive sortite presidenziali compongono così un quadro in cui il confine tra denuncia e strumentalizzazione dell’estremismo diventa labile. Per l’Italia, tradizionalmente attenta ai modelli statunitensi di monitoraggio dell’odio, il momento è di riflessione: alcuni osservatori di Roma suggeriscono che il caso rafforzi le voci di chi, anche nel nostro paese, considera le classificazioni di gruppi d’odio un’arma politica piuttosto che uno strumento scientifico. Allo stesso tempo, la crisi di credibilità di un ente privato che fungeva da supplente delle agenzie governative rischia di lasciare un vuoto nell’analisi delle destre radicali transatlantiche, proprio mentre la vigilanza democratica appare più necessaria che mai in vista delle elezioni americane del 2024. La partita sulla verità di Charlottesville, e sul modo in cui le società liberali raccontano l’intolleranza, è appena entrata in una fase nuova.

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