
Quando in classe si alza una mano: il divario digitale e l’urgenza di educare
Dall’Indonesia alla Svezia, passando per l’Italia e la Colombia, il dibattito su minori e tecnologia rivela una frattura che nessuna proibizione può ricucire da sola.
In un’aula di Tebing Tinggi, sull’isola di Sumatra, il rombo del traffico si mescola al ticchettio dei banchi. L’insegnante di informatica Mia Yolanda Siregar pone una domanda semplice ai suoi studenti di prima media: «Chi di voi non ha un computer a casa?». Cala il silenzio, poi una mano si alza incerta. Appartiene a un ragazzo che la maestra chiama «si Ramah», un alunno schivo che non ha mai sfiorato un mouse né digitato su una tastiera. Quel gesto, in una classe dove i coetanei maneggiano schermi con disinvoltura, racconta una storia che va ben oltre i confini della città indonesiana.
Poco dopo, nella stessa scuola arriva un pannello interattivo donato dal governo. Per Ramah e per altri come lui, quel grande schermo diventa il primo contatto diretto con la tecnologia. Non più spettatori, ma protagonisti: toccano icone, trascinano elementi, risolvono semplici algoritmi in gruppo. La scena racchiude una verità scomoda che attraversa i continenti: la familiarità con lo smartphone non equivale a una reale alfabetizzazione digitale, e il divario non si colma con un divieto.
Dall’altra parte del mondo, in Italia, l’organizzazione Meritocrazia Italia guidata da Walter Mauriello lancia un allarme che sembra scritto per quella stessa aula. «Prima di punire serve educare», afferma in una nota, denunciando anni di assenza dello Stato nella regolamentazione del mondo digitale. «Mettiamo in mano a bambini di cinque o sei anni uno smartphone e li lasciamo soli davanti a una giungla di algoritmi, contenuti violenti e bullismo», prosegue il testo, che quattro anni fa ha depositato una proposta di legge per un accesso regolamentato ai social, con educazione civica digitale obbligatoria e percorsi di recupero. La punizione, sostiene l’associazione, è l’ultima spiaggia, non la prima risposta.
Il dibattito si infiamma anche in America Latina. Un editoriale colombiano ricorda che l’Australia ha già vietato i social ai minori di 16 anni e la Francia si appresta a fare altrettanto, ma cita un sondaggio della Molly Rose Foundation secondo cui il 61 per cento dei ragazzi australiani tra i 12 e i 15 anni continua ad accedere alle piattaforme, spesso aggirando i blocchi con creatività. La proibizione, si legge, rischia di diventare «populismo punitivo» se non accompagnata da una politica pubblica che educhi a un ambiente digitale sano, come quella appena avviata in Colombia con un decreto del 2026.
In Svezia, la consulente scolastica Nilofar Sherinbek non parla di leggi ma di gesti quotidiani. «I bambini hanno bisogno di adulti curiosi del loro mondo digitale e capaci di porre limiti», scrive. «Non è mancanza d’amore dire di no, limitare il tempo davanti allo schermo o voler sapere cosa guardano e a cosa giocano. È cura». E aggiunge un’immagine che potrebbe unire Ramah, gli studenti italiani e quelli colombiani: «Per il bene dei bambini, non dobbiamo essere perfetti. Dobbiamo essere presenti, chiari e disposti a collaborare, agganciando il braccio tra casa e scuola». Forse è da lì, da quel braccio teso, che può cominciare una risposta meno urlata e più efficace.
| Stampa sud-est asiatica | 0.00 | neutral |
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| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
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Io, insegnante di scuola media, vedo i miei studenti persi nella giungla digitale e chiedo educazione, non punizione.
La credibilità deriva dall'esperienza diretta in classe, rendendo l'argomento concreto e immediato.
La narrazione non menziona divieti legislativi in altri paesi né dati statistici sull'impatto delle restrizioni.
Noi adulti dobbiamo prenderci la responsabilità di parlare del mondo digitale dei bambini e stabilire limiti, non punirli.
Utilizza appelli di esperti e organizzazioni per creare un senso di urgenza condivisa.
Non approfondisce le esperienze personali degli insegnanti in classe né le conseguenze specifiche dei divieti.
Il dibattito sulla proibizione dei social media ai minori merita un'analisi attenta, considerando le esperienze internazionali e i dati demografici.
Adotta un approccio comparativo e cita leggi di altri paesi per rafforzare la posizione di dubbio sulle soluzioni semplici.
Non include voci dirette di insegnanti o studenti, né propone un'alternativa educativa concreta.
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