
Riprende il flusso di petrolio russo in Slovacchia: si allenta la crisi energetica tra Budapest e Kiev
Il petrolio russo ha ripreso a scorrere attraverso l’oleodotto Druzhba verso la Slovacchia, come confermato giovedì dal ministero dell’Economia di Bratislava. La fornitura, interrotta a fine gennaio dopo che l’Ucraina aveva denunciato danni causati da un bombardamento russo, era diventata il fulcro di una disputa diplomatica che aveva visto Budapest e Bratislava accusare Kiev di ritardare volutamente le riparazioni. Ora, con il ripristino del flusso, si chiude temporaneamente un capitolo di tensione che aveva rischiato di paralizzare due economie ancora fortemente dipendenti dal greggio russo, a differenza della maggior parte degli altri Stati membri dell’Unione europea.
La posizione di Kiev, secondo gli analisti di Bruxelles, è stata ambivalente: da un lato il governo ucraino ha rivendicato la sovranità sul proprio territorio e la necessità di garantire la sicurezza delle infrastrutture energetiche, dall’altro ha subito pressioni crescenti da parte di Ungheria e Slovacchia, che hanno utilizzato il dossier energetico come leva politica. Il premier slovacco Robert Fico ha parlato di un “ritorno alla normalità” dopo settimane di negoziati, mentre il suo omologo ungherese Viktor Orbán, che aveva bloccato un prestito comunitario miliardario all’Ucraina proprio in segno di ritorsione, ha accolto con sollievo la ripresa delle forniture. Dal canto suo, Mosca ha osservato la vicenda con distacco, consapevole che la dipendenza di Budapest e Bratislava dal petrolio russo resta un’arma negoziale non trascurabile.
Per l’Italia e l’Europa, l’episodio evidenzia le crepe nella strategia di diversificazione energetica avviata dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Mentre Paesi come la Germania e l’Italia hanno ridotto drasticamente le importazioni da Mosca, Ungheria e Slovacchia continuano a rappresentare un’eccezione che complica la coesione delle sanzioni e l’unità del fronte occidentale. La riapertura del Druzhba non risolve il nodo di fondo: finché vi sarà chi, all’interno dell’Unione, antepone la sicurezza energetica alla solidarietà politica, il ricatto energetico russo resterà uno strumento efficace. Gli osservatori di Bruxelles ora guardano ai prossimi passi di Orbán, che potrebbe aver ottenuto una tregua temporanea ma non una soluzione strutturale. La vera partita si giocherà nei prossimi mesi, con l’avvicinarsi dell’inverno e la necessità di negoziare nuovi accordi che tengano conto delle vulnerabilità di ogni Stato membro.
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