
Sahara, la svolta silenziosa: dall'ONU a Berna, la pace è più vicina
«C’è un vero slancio, un’opportunità». La frase, pronunciata da Staffan de Mistura durante una seduta a porte chiuse del Consiglio di sicurezza dell’ONU, segnala più di un semplice aggiornamento rituale sul conflitto del Sahara occidentale. L’inviato personale del Segretario generale ha condensato in poche parole una fase diplomatica inedita, emersa all’indomani della risoluzione 2797 – adottata il 31 ottobre 2025 – che rinnovava il mandato della missione MINURSO e chiedeva una soluzione politica fondata su realismo e compromesso.
Quello slancio, nell’ottica delle Nazioni Unite, è oggi alimentato da convergenze che fino a pochi anni fa apparivano improbabili. La Svizzera, tradizionale bastione di neutralità, ha formalmente definito il piano marocchino di autonomia «la base più seria, credibile e pragmatica» per chiudere la vertenza. Non è una semplice presa di posizione: nella dichiarazione congiunta siglata a Berna tra il consigliere federale Ignazio Cassis e il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, la Confederazione ha accolto con favore la risoluzione 2797 e ha aggiunto che «un’autonomia genuina sotto sovranità marocchina» rappresenta una delle soluzioni più praticabili.
Per gli osservatori europei, la mossa elvetica allarga il fronte di quanti, da Madrid a Parigi, vedono nell’iniziativa del Regno un’architettura capace di garantire stabilità in una regione cruciale per gli equilibri mediterranei. Mentre l’asse diplomatico si rafforza, Washington imprime una pressione mirata. Il vice-segretario di Stato Christopher Landau compie in questi giorni una visita ufficiale in Algeria e in Marocco, dal 27 aprile al primo maggio.
Il Dipartimento di Stato ha presentato la missione come un’occasione per approfondire la cooperazione tecnologica, spaziale e di sicurezza con Rabat, e per discutere con Algeri sicurezza regionale e accordi commerciali. Ma la tempistica è rivelatrice: la trasferta precede di poche ore la presentazione, prevista il 30 aprile, del rapporto strategico del Segretario generale dell’ONU sul futuro di MINURSO. Da Rabat si legge la visita come un’ulteriore conferma dell’appoggio americano al piano di autonomia; da Algeri, invece, si percepisce una sollecitazione a non restare isolati in un dossier che si avvia a una soluzione non più rinviabile.
Nel frattempo, anche all’interno del Fronte Polisario si colgono segnali di mutamento. Fonti vicine ai campi profughi di Tindouf, nel sud-ovest algerino, raccontano di una leadership sempre più disposta a «dibattere qualsiasi proposta e qualsiasi scenario che rappresenti una soluzione», allontanandosi dalla pregiudiziale indipendentista che ha irrigidito mezzo secolo di negoziati. L’immagine di una parata irregolare, con vecchi kalashnikov e movimenti scoordinati, non nasconde l’affiorare di un pragmatismo dettato forse dalla stanchezza e dalla consapevolezza che lo spazio diplomatico si restringe.
Per l’Italia e per l’Europa, un Sahara stabilizzato sotto la formula dell’autonomia significherebbe un Maghreb più governabile, con ripercussioni dirette sulla gestione dei flussi migratori e sulla sicurezza energetica. La partita resta complessa: molto dipenderà dalla capacità di coinvolgere Algeri in un’intesa che non venga percepita come una resa. Ma la combinazione di slancio ONU, realismo elvetico, pressione americana e aperture saharawi disegna oggi uno scenario che, per la prima volta dopo decenni, appare gravido di possibilità concrete.
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