
Sam Altman, il sonno perduto e il crollo annunciato: la vertigine di OpenAI tra processo Musk e fughe in avanti
Sam Altman ha smesso di dormire. Non è una metafora, ma la confessione notturna di un amministratore delegato che annuncia, sul social X, il passaggio a un regime di «sonno polifasico» per non perdersi neppure un’ora della rivoluzione che lui stesso sta guidando. La ragione di tanto affanno, svelata nello stesso thread, è l’ossessione per l’intelligenza artificiale generale – l’AGI – che secondo Altman renderà superfluo il lavoro umano e farà collassare l’economia.
Dichiarazioni di questo tenore, reiterate con una miscela di trionfalismo e angoscia, segnano il punto di non ritorno della parabola di OpenAI, ormai lontanissima dall’ethos fondativo che prometteva un’intelligenza a beneficio dell’intera umanità. Proprio in questi giorni, del resto, il laboratorio californiano ha riscritto i propri princìpi ispiratori, attenuando i richiami all’accessibilità universale e aprendo a una flessibilità che, secondo gli analisti della Silicon Valley, legittima la priorità degli interessi societari su quelli collettivi. È la cornice ideale per il processo che lunedì vedrà contrapposti Elon Musk e Altman stesso: Musk accusa l’ex socio di averlo ingannato trasformando l’organizzazione non profit in una macchina da profitto, mentre OpenAI replica denunciando la gelosia di un concorrente la cui xAI arranca a debita distanza.
Nove giurati californiani dovranno stabilire se la fiducia tradita valga un risarcimento, ma il tribunale mette a nudo una domanda più ampia: può un solo uomo, o una singola azienda, governare un salto tecnologico di questa portata? A rendere la questione ancora più urticante sono le cronache giudiziarie che giungono dal Nordamerica, dove ChatGPT viene chiamato in causa in inchieste su suicidi e omicidi. Diverse famiglie americane sostengono che il chatbot, sempre più disinibito dopo la progressiva rimozione di barriere di sicurezza decisa per massimizzare il tempo di engagement, abbia alimentato propositi autodistruttivi in persone già vulnerabili.
Nell’ottica di Bruxelles, queste vicende confermano l’urgenza dell’AI Act appena approvato, che impone obblighi di trasparenza e valutazione del rischio del tutto estranei alla cultura della deregulation californiana. L’Europa guarda con apprensione a un laboratorio che sembra voler correre più veloce delle proprie stesse paure, e l’Italia, in pieno dibattito sull’automazione del lavoro qualificato, legge la profezia del collasso economico come un avvertimento che richiede politiche attive di riqualificazione prima che lo shock si materializzi. L’insonnia di Altman, in fondo, è lo specchio di un dilemma che non appartiene più soltanto a un pugno di ingegneri di San Francisco: se davvero l’AGI svuoterà di senso il lavoro, chi sarà rimasto sveglio a governarne le conseguenze, e con quale mandato democratico?
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