
Sei mesi al voto: l'America di Trump al bivio delle elezioni di metà mandato
Mancano sei mesi esatti alle elezioni di metà mandato che ridefiniranno i margini di manovra del presidente Donald Trump nella sua seconda presidenza, e la posta in gioco è ormai chiara a tutti: non solo il controllo del Congresso, ma la stessa tenuta del sistema politico americano. Secondo gli analisti di Washington, il voto di novembre si annuncia come un referendum sul tycoon repubblicano, il cui indice di gradimento oscilla intorno al quaranta per cento e che deve fare i conti con un malcontento economico sempre più diffuso. I democratici, dal canto loro, non puntano soltanto a riconquistare la maggioranza alla Camera e al Senato: come ha osservato Mindy Romero, direttrice del Center for Inclusive Democracy dell’Università della California del Sud, molti ritengono che Trump e i suoi alleati rappresentino «una minaccia esistenziale» per gli Stati Uniti, e che solo un voto massiccio possa arginare quella deriva autoritaria che il presidente stesso alimenta con i suoi frequenti avvertimenti su un'immediata procedura di impeachment in caso di sconfitta repubblicana.
Per Trump, invece, mantenere la maggioranza parlamentare è l’unica via per portare a termine il suo programma legislativo e blindare le riforme già avviate nei primi due anni alla Casa Bianca. La tensione non è però solo interna. A Bruxelles si segue la partita con apprensione: una vittoria democratica potrebbe rimettere in discussione la continuità della politica estera americana, dai dazi alle relazioni con la Nato, in un momento in cui il dossier iraniano – evocato esplicitamente da alcune fonti arabe – tiene col fiato sospeso tutto il Medio Oriente.
Dall’ottica di Pechino, poi, l’esito delle elezioni influenzerà direttamente la guerra commerciale in corso: Trump ha finora usato la sua maggioranza per imporre tariffe aggressive, ma uno scenario di stallo legislativo potrebbe indebolire la sua posizione negoziale. Per l’Italia, la posta è duplice: da un lato la stabilità del pilastro atlantico, su cui Roma conta per la sicurezza mediterranea; dall’altro l’impatto economico di eventuali scossoni commerciali in un contesto già segnato dall’inflazione. L’analisi dei prossimi mesi dovrà quindi tenere conto di un paradosso: più la campagna elettorale si radicalizza, più il voto americano diventa una variabile imprevedibile per l’Europa.
Quel che è certo è che, qualunque sia l’esito, il 2024 segnerà un punto di non ritorno per la democrazia statunitense e per gli equilibri globali che da essa dipendono.
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