
Solo il 3% dei migranti detenuti ha condanne per reati violenti: la retorica di Trump si scontra con i dati
L’amministrazione Trump prometteva di colpire i criminali più pericolosi, ma le statistiche rivelano un’ondata repressiva che travolge famiglie, minori e persino coniugi di veterani, mentre si intensificano le pressioni su California e organizzazioni legali.
L’analisi dei dati governativi condotta da ABC News sui fermi effettuati dall’ICE nei primi quattordici mesi della seconda presidenza Trump svela una realtà che stride con la narrativa ufficiale: appena il 3% dei migranti detenuti aveva una condanna per reato violento. Il presidente aveva promesso di dare la caccia ai «peggiori criminali», ma le cifre, ottenute tramite richieste di accesso agli atti e incrociate dal Deportation Data Project e dal Center for Human Rights dell’Università di Washington, mostrano un’operazione di massa che non distingue tra profili realmente pericolosi e persone con legami familiari profondi negli Stati Uniti.
La macchina repressiva ha finito per travolgere migliaia di cittadini americani attraverso i loro congiunti. In Tennessee, Maria Flores ha visto il marito, entrato da minorenne non accompagnato nel 2013, prelevato in tribunale per una multa stradale. In Wisconsin, Bryan Rojas, venezuelano con moglie e figli statunitensi, è stato fermato a un checkpoint del Trump Hotel di Miami e trattenuto per oltre tre mesi, accusato di affiliazione a gang e terrorizzato dall’idea di essere deportato in El Salvador. In Texas, la moglie honduregna di un veterano dell’esercito, Wilmer Trujillo, è stata incarcerata dopo un appuntamento di routine con l’immigrazione. Storie che si moltiplicano mentre l’amministrazione, secondo il Los Angeles Times, ha virato da incursioni spettacolari a una strategia più silenziosa fatta di cavilli burocratici e restrizioni amministrative, spingendo anche immigrati in regola a lasciare il Paese.
Parallelamente, il caso dei minori non accompagnati scomparsi infiamma lo scontro. Il segretario alla Sicurezza Interna Markwayne Mullin ha dichiarato che 146.000 ragazzi dati per dispersi sotto Biden sono stati ritrovati, ma che «quasi 300.000» restano irreperibili. Agenti dell’ICE e dell’ispettorato della Sanità hanno tentato di entrare senza mandato negli uffici di organizzazioni legali che assistono questi minori a Washington D.C., gesto interpretato come intimidatorio. In California, il procuratore generale Rob Bonta ha messo in guardia le forze dell’ordine locali: collaborare con le autorità federali per controlli sul benessere dei minori segnalati dall’immigrazione potrebbe violare la legge statale sui santuari. La città di El Cajon ha fatto causa, denunciando l’impossibilità di proteggere bambini vulnerabili senza infrangere le norme della California.
Sul fronte elettorale, il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine sulle elezioni primarie californiane del 2 giugno, accusando lo Stato di ostacolare una verifica dei registri elettorali. Il procuratore assistente Bill Essayli ha diffuso una lettera in cui Harmeet Dhillon, capo della sezione diritti di voto, intima alla California di aprire gli archivi. Lo Stato replica che la richiesta minaccia la privacy degli elettori e oltrepassa le competenze federali. L’offensiva si inserisce in una lunga scia di accuse infondate di frode da parte di Trump, che trovano ora sponda in un apparato giudiziario più attivo.
Osservatori europei seguono con apprensione questa torsione. In Italia e nell’Unione, dove retoriche analoghe guadagnano consenso, il modello americano mostra come la promessa di colpire i «peggiori» possa rapidamente degenerare in una rete che intrappola famiglie, minori e persino chi ha servito il Paese in uniforme. La distanza tra lo slogan e la prassi rischia di erodere la fiducia nelle istituzioni e di normalizzare un approccio punitivo che, da Washington a Bruxelles, potrebbe ridefinire il confine tra sicurezza e diritti.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.80 | critical |
I dati governativi mostrano che solo il 3% dei fermati dall'ICE nei primi 14 mesi della nuova amministrazione Trump aveva condanne per reati violenti, smentendo la promessa di colpire i 'peggiori tra i peggiori'. La retata ha invece coinvolto migliaia di migranti senza precedenti violenti, inclusi coniugi e genitori di cittadini statunitensi, mentre l'amministrazione rivendica progressi nel rintracciare minori non accompagnati precedentemente scomparsi.
Dal ritorno di Trump alla presidenza, più di 500 neonati e bambini piccoli sono finiti in custodia dell'ICE, un'impennata che secondo gli esperti può provocare danni irreversibili allo sviluppo infantile. La stretta sull'immigrazione sta travolgendo i più vulnerabili, sollevando gravi allarmi umanitari.
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