
Starmer alle corde: lo scandalo Mandelson, i sindaci in fuga e l'ombra di un golpe interno
La crisi che sta travolgendo Keir Starmer ha ormai superato la soglia del deterioramento progressivo per assestarsi su un crinale potenzialmente irreversibile. La notizia più immediata è la prospettiva, già la prossima settimana, di un voto alla Camera dei Comuni sull'apertura di un'inchiesta parlamentare per accertare se il primo ministro abbia mentito all'assemblea sulla gestione dei veti di sicurezza intorno alla nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington. Il potente Comitato per i Privilegi — lo stesso che contribuì alla caduta di Boris Johnson — potrebbe essere investito del caso, e con esso il potere di ridefinire i destini dell'attuale governo. Sir Lindsay Hoyle, lo Speaker, si prepara a un annuncio che terrà Westminster con il fiato sospeso.
Al centro della vicenda c'è il fallito nulla osta di sicurezza che avrebbe dovuto sconsigliare la nomina di Mandelson, figura controversa e da decenni intrecciata alla storia sotterranea del New Labour. Starmer ha ripetutamente dichiarato di aver appreso del parere negativo solo la scorsa settimana, ma i documenti e le cronache parlamentari suggeriscono una consapevolezza ben anteriore. Secondo gli analisti londinesi, non è la sostanza dello scandalo a minacciare il primo ministro — il legame indiretto con il finanziere Jeffrey Epstein appare quasi un pretesto — quanto la percezione di un ennesimo cortocircuito tra trasparenza promessa e opacità praticata. L'ex premier Rishi Sunak, in un intervento affidato al Times, ha definito la scelta di Mandelson «un grave errore di giudizio politico», aggiungendo che il governo rischia di imparare «la lezione sbagliata da questo triste episodio»: non sarebbe un cedimento procedurale, ma una colpa di valutazione politica che ricade interamente su Starmer.
Il logoramento dell'immagine del premier si sta traducendo in un allarme concreto alle porte del voto amministrativo del 7 maggio. I tre grandi sindaci labour — Sadiq Khan a Londra, Steve Rotheram nella regione di Liverpool e Richard Parker nelle West Midlands — hanno lanciato un avvertimento severo: Starmer è diventato un ostacolo sul territorio. La «psicodramma» di Westminster, le continue inversioni a U e l'incapacità di comunicare i pur esistenti successi di governo stanno allontanando un elettorato già disorientato. Nel Sussex, dove non si votava per il consiglio di contea dai tempi di Boris Johnson, il Labour teme un'emorragia di consensi mentre Reform UK di Nigel Farage avanza nei sondaggi, candidandosi a erodere sia il voto conservatore sia quello laburista in una delle regioni più stabilmente tory del Regno Unito.
In questo contesto, l'ottica di Tokyo — dove il Japan Times segue con attenzione le vicende britanniche — suggerisce che gli avversari interni di Starmer non abbiano più bisogno di affondarlo: basta attendere che affondi da solo. Angela Rayner e Wes Streeting, i due favoriti per un'eventuale successione, continuano a dichiararsi leali, ma i loro alleati confidano privatamente che basterà un accumularsi simultaneo di eventi — un voto parlamentare ostile, una débâcle elettorale, nuove rivelazioni — per rendere la posizione del premier insostenibile. Da Mosca, dove il quotidiano Lenta.ru rilancia con malcelato interesse una lettura impietosa del Financial Times, si sottolinea la «quasi ostinata mancanza di interesse» di Starmer per le decisioni difficili, dipingendolo come un leader che disprezza la politica stessa e ne viene ora stritolato.
La prospettiva di Zurigo, affidata a un commento della Neue Zürcher Zeitung, è quella forse più spietata: Starmer è diventato «l'amministratore della stagnazione», un capo di governo che due anni dopo una vittoria schiacciante si è consumato da solo con una serie di errori autoinflitti. La domanda non è più se una sfida interna arriverà, ma quando. Per l'Europa — e per l'Italia, che guarda al Regno Unito come a un laboratorio di governabilità post-populista — il collasso della premiership Starmer rappresenterebbe più di un incidente diplomatico: sarebbe la conferma che la promessa laburista di riportare «onestà e integrità» nella politica britannica è naufragata prima ancora di poter essere messa alla prova. Nelle prossime settimane, tra il voto nei comuni e l'incognita parlamentare sullo scandalo Mandelson, si giocherà molto più della sorte di un primo ministro: si deciderà se la sinistra britannica abbia ancora una strategia di governo credibile da offrire al Paese e ai suoi partner continentali.
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