
Svizzera-Algeria, Petković contro il suo passato in un ottavo di finale che sa di alba
A Vancouver, l'ex ct elvetico guida le Volpi del deserto contro la Nati di Yakin, in un match che intreccia percorsi opposti e la suggestione di un risveglio collettivo alle cinque del mattino.
Quando venerdì alle cinque del mattino, ora svizzera, il BC Place Stadium di Vancouver ospiterà il fischio d'inizio di Svizzera-Algeria, per i tifosi romandi e zurighesi scatterà un rito insieme sportivo e domestico. Le fan-zone apriranno eccezionalmente all'alba, offrendo caffè, croissant e, per i più temerari, birra, come documentano i media elvetici. Non è un dettaglio folcloristico, ma la misura di quanto questo ottavo di finale del Mondiale 2026 sia atteso, sospeso tra la solidità di una squadra che ha dominato il proprio girone e l'irriducibile resilienza di un'avversaria che ha ritrovato la fase a eliminazione diretta dopo dodici anni di assenza.
La Svizzera di Murat Yakin arriva all'appuntamento con le credenziali di chi ha chiuso il Gruppo B al primo posto, senza mai perdere. Il pareggio inaugurale per 1-1 contro il Qatar è stato rapidamente archiviato da un rotondo 4-1 alla Bosnia-Erzegovina e dal 2-1 inflitto al Canada proprio a Vancouver, in una sorta di prova generale sul campo che ora torna a essere teatro della sfida. Abituata a frequentare gli ottavi di finale – cinque volte nelle ultime sei partecipazioni dal 1994 – la Nati cerca di eguagliare i quarti raggiunti in tre edizioni lontane (1934, 1938 e 1954), forte di un'organizzazione difensiva e di una capacità di colpire nei momenti chiave che gli osservatori europei giudicano il suo vero patrimonio.
Dall'altra parte, l'Algeria incarna il percorso inverso, quello della squadra capace di rialzarsi dopo un esordio traumatico. La sconfitta per 3-0 contro l'Argentina di Scaloni avrebbe potuto spegnere ogni ambizione, ma le Volpi del deserto hanno reagito con un 2-1 alla Giordania e, soprattutto, con un vibrante 3-3 contro l'Austria che ha garantito il passaggio del turno come una delle migliori terze. A guidare questa rinascita è Vladimir Petković, il tecnico che per sette anni ha plasmato la Svizzera portandola a risultati storici, e che oggi si ritrova sulla panchina avversaria. La stampa nordafricana e i commentatori latinoamericani leggono nella sua presenza il fattore emotivo più dirompente della partita: Petković conosce ogni meccanismo della Nati, ma deve fare i conti con una rosa che, pur priva di stelle assolute, ha mostrato carattere e una pericolosa imprevedibilità offensiva.
La memoria algerina corre al 2014, quando in Brasile la squadra allora guidata da Halilhodžić spinse la Germania fino ai supplementari negli ottavi, uscendo tra gli applausi. Quella resta la miglior prestazione nella storia dei Fennec, e l'obiettivo dichiarato è eguagliarla, se non superarla. Per la Svizzera, invece, il tabù dei quarti di finale rappresenta un orizzonte che manca da settant'anni. Il confronto tattico si annuncia come una partita a scacchi tra due allenatori che si conoscono profondamente, con Yakin chiamato a dimostrare di aver ereditato e rinnovato l'eredità del suo predecessore senza restarne prigioniero.
Il regolamento della Coppa del Mondo 2026 aggiunge un ulteriore strato di concretezza: chi vincerà questo ottavo di finale potrebbe rimanere a Vancouver per il turno successivo, evitando un nuovo trasferimento in un torneo già logorante per le distanze nordamericane. Un incentivo non secondario per due nazionali che, ciascuna a modo proprio, hanno trasformato la fatica in un elemento della propria identità.
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Il lettore latinoamericano riceve un'offerta eterogenea in cui il mondiale è un tassello tra gossip e cronaca nera: nessuna priorità allo sport.
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Non vengono menzionati il percorso di Svizzera e Algeria, né i dettagli delle loro partite di qualificazione.
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