
Telegram parzialmente accessibile in Russia senza VPN: una tregua tecnologica o un mutamento strategico?
Nella serata del 16 aprile, in un episodio tanto repentino quanto enigmatico, l'app di messaggistica Telegram ha ricominciato a funzionare senza l'uso di VPN per una frazione degli utenti in Russia, interrompendo brevemente una blocco durato anni. Secondo le rilevazioni di piattaforme indipendenti, l'accesso è stato ripristinato, in modo frammentario e instabile, principalmente per gli abbonati a Telegram Premium su dispositivi Android aggiornati, per poi tornare nuovamente precluso nella mattinata del 17 aprile. Questa finestra di accesso, seppur limitata a circa il 6% degli utenti secondo stime locali, ha immediatamente sollevato interrogativi sulle sue cause profonde, in un paese dove il controllo dello spazio digitale è divenuto un pilastro della sovranità statale.
Dal punto di vista di Mosca, la spiegazione più plausibile, avanzata dagli analisti tecnici russi, non risiederebbe in un improvviso allentamento della censura da parte delle autorità. Piuttosto, si tratterebbe dell'esito di un aggiornamento del protocollo implementato da Telegram stesso, come annunciato dal fondatore Pavel Durov l'11 aprile, specificamente progettato per eludere le barriere informatiche. La natura selettiva del ripristino, legata a sottoscrizioni a pagamento e a ripetuti riavvii dell'app, rafforza l'ipotesi di una mossa tecnica unilaterale della piattaforma, in un perpetuo gioco di schermaglie con i regulator. Ciò si inserisce in un contesto dove, come segnalato da osservatori di Bruxelles, il Cremlino sta valutando un parziale ripensamento delle sue strette restrittive per ragioni sia pratiche che di consenso interno, senza però abdicare al principio del controllo.
Per l'Europa, e per l'Italia in particolare, dove Telegram conta milioni di utenti, la vicenda offre un crudo spaccato delle dinamiche che minano l'unità del cyberspazio globale. Il fatto che una piattaforma crittata debba ricorrere a contromisure estreme per garantire un servizio di base in una grande nazione europea sottolinea la frammentazione in atto e i rischi per la libera circolazione delle informazioni. Dal dibattito italiano sul bilanciamento tra sicurezza e privacy fino alle normative europee come il Digital Services Act, l'episodio russo funge da monito: la sovranità digitale può declinarsi in forme autoritarie, costringendo le aziende tech a scelte che ne alterano la neutralità e l'accessibilità universale.
Guardando avanti, l'analisi suggerisce che non ci si deve attendere una normalizzazione dei rapporti tra Telegram e Mosca. La finestra di accesso è stata probabilmente un test di resilienza tecnica, destinato a innescare una nuova fase di contrapposizione. La prospettiva è quella di un'internet sempre più a geometria variabile, dove le piattaforme globali si trovano a dover navigare tra legislazioni incompatibili. Per l'Unione Europea, ciò rafforza l'imperativo di definire una via autonoma che protegga sia i diritti fondamentali sia la competitività tecnologica, evitando di scivolare verso logiche di isolamento che, sebbene meno marcate, ricordano da vicino quelle oggi all'opera in Russia.
Allarga lo sguardo
Attacco missilistico russo su Kiev: 17 morti, nessun intercettore ha funzionato
7 lingue · 71 testate
Da Economy & MarketsI giganti del petrolio incassano utili record sulla guerra in Iran, Trump accusa le major americane
2 lingue · 21 testate
Da TechnologyL’amministrazione Trump esenta i modelli open-weight cinesi dai nuovi test di sicurezza sull’IA
3 lingue · 11 testate