
Tra antisemitismo e proteste sociali, il malessere globale si incrina in strada e alle urne
Un gesto vile e simbolico: a Toronto, persone visibilmente ebree sono state prese di mira con una pistola a pallini d'acqua, in un'aggressione che gli inquirenti canadesi hanno già qualificato come reato d'odio. L'episodio, avvenuto in un quartiere ad alta densità ebraica, si inserisce in un'escalation allarmante: dalla scorsa primavera la polizia di Toronto ha registrato oltre cinquecento arresti e più di mille accuse legate a manifestazioni e crimini ispirati dall'odio. L'ultimo sviluppo riguarda sei persone già fermate a novembre per aver interrotto un evento filoisraeliano, ora raggiunte dall'accusa di incitamento pubblico all'odio e partecipazione a una rivolta con il volto coperto. L'aria che si respira in diverse metropoli occidentali è quella di una polarizzazione sempre meno gestibile.
Dalle strade di Toronto a quelle di Montréal il filo rosso della tensione si dipana senza soluzione di continuità. Sabato scorso, migliaia di manifestanti hanno marciato dal Mont-Royal a Place des Arts per denunciare quelle che definiscono «attacchi» del governo del Québec contro i diritti dei lavoratori, in particolare una legge che limita il diritto di sciopero. Un corteo più radicale era già stato disperso la sera precedente con tredici arresti. I partecipanti, raccolti in una coalizione di gruppi sindacali, comunitari e studenteschi, parlano di una «deriva liberticida» che attraversa tutti i livelli istituzionali: antisindacale, anti-immigrati, razzista, transfobico. Non è solo un'allerta canadese: osservatori a Bruxelles vedono in queste proteste un sintomo della crescente difficoltà delle democrazie liberali a mediare tra istanze sociali e sicurezza pubblica.
Lo stesso malessere serpeggia in Israele, dove un numero record di giovani – mezzo milione di nuovi elettori – si prepara a votare per la prima volta. Cresciuti tra pandemia e oltre trenta mesi di guerra, appaiono agli analisti israeliani come una generazione più religiosa e orientata a destra, capace di determinare fino a diciassette seggi della Knesset. Eppure, sabato scorso centinaia di israeliani sono scesi in piazza a Tel Aviv e in altre città per chiedere la fine del «governo di massacro» e un accordo di pace con il Libano. La protesta, promossa da un movimento prodemocrazia, mostra che la frattura non è solo tra palestinesi e israeliani, ma anche dentro la società israeliana, logorata dai costi della guerra e dal carovita alle stelle.
In Argentina, intanto, il sindacalismo tradizionale dà segni di cedimento. La manifestazione indetta dalla CGT il 1° maggio è stata molto più contenuta rispetto agli anni passati, offrendo un sollievo a un governo libertario che deve fare i conti con l'inflazione ostinata e una produzione ferma. Il modello Milei, criticato da molti settori, sembra incassare per ora una debole opposizione organizzata.
Il quadro globale che emerge è quello di una faglia profonda: mentre in Europa l'Italia registra un aumento delle tensioni sociali legate al costo della vita e ai flussi migratori, le piazze di Montréal, Tel Aviv e Buenos Aires raccontano una democrazia che arranca, divisa tra la difesa dei diritti e la sicurezza, tra la rabbia di chi ha perso tutto e l'apatia di chi non crede più nella mediazione politica. La prossima tornata elettorale in Israele sarà un test cruciale per capire se il voto dei giovani – i più colpiti dalla crisi – spingerà verso un autoritarismo identitario o verso una riconciliazione possibile.
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