
Trump e la battaglia sul nome: il Kennedy Center e i visti H-1B finiscono in appello
L’amministrazione americana impugna due sentenze che limitano il potere presidenziale, dalla rimozione del nome Trump dal centro culturale di Washington alla tassa sui visti per i lavoratori tech.
A poche ore dalla scadenza imposta dal giudice, il consiglio di amministrazione del Kennedy Center – nominato interamente da Donald Trump – ha presentato ricorso contro l’ordine di rimuovere il nome del presidente dalla facciata del celebre centro per le arti performative di Washington. La decisione del tribunale distrettuale, che aveva giudicato illegale la ridenominazione perché prerogativa esclusiva del Congresso, viene ora contestata davanti alla Corte d’Appello del Distretto di Columbia, con una richiesta di sospensione immediata dell’esecuzione. Nel frattempo, i riferimenti a Trump sono già stati cancellati dal sito web e dalla segnaletica interna, ma il nome resta inciso sulla pietra all’esterno dell’edificio, simbolo di uno scontro che va ben oltre l’estetica architettonica.
La vicenda del Kennedy Center non è isolata. In una dinamica parallela, il Dipartimento di Giustizia ha annunciato appello anche contro la sentenza di un giudice federale di Boston che ha bloccato l’aumento a 100.000 dollari della tassa per i visti H-1B, destinati a lavoratori altamente qualificati, molti dei quali provenienti dall’India e impiegati nel settore tecnologico. In entrambi i casi, i magistrati hanno ritenuto che l’amministrazione avesse ecceduto i propri poteri, invadendo competenze che la Costituzione riserva al Congresso: la modifica del nome di un’istituzione culturale e l’imposizione di una tassa di fatto. Secondo analisti di Bruxelles, queste impugnazioni rivelano una strategia coordinata per ridefinire i confini dell’autorità esecutiva, con possibili ripercussioni sulla prevedibilità delle politiche americane anche per partner e investitori europei.
L’offensiva legale su due fronti – culturale e immigratorio – sta generando incertezza tra le imprese tecnologiche globali. Il Dipartimento di Giustizia ha accompagnato il ricorso sui visti H-1B con un avvertimento esplicito alle aziende del settore: non approfittare della sospensione della tassa per aggirare le regole. Da Nuova Delhi, dove la questione dei visti è seguita con particolare attenzione data l’enorme diaspora di ingegneri indiani, filtrano preoccupazioni per un possibile inasprimento delle politiche, mentre a Bruxelles si osserva che la vicenda potrebbe accelerare i piani europei per attrarre talenti tech con canali di immigrazione più stabili e meno soggetti a oscillazioni politiche.
Il nodo di fondo, comune a entrambi i casi, è la tensione tra la volontà presidenziale e i limiti posti dal legislativo. Il giudice Cooper, nella sentenza sul Kennedy Center, ha ricordato che il nome originale fu scelto dal Congresso come «memoriale vivente» a John F. Kennedy, e che qualsiasi modifica richiede un atto legislativo. Analogamente, il giudice Sorokin ha stabilito che la nuova tassa sui visti H-1B costituiva una tassa camuffata, la cui imposizione spetta al Congresso. Gli osservatori europei notano come queste battaglie legali mettano alla prova il sistema di checks and balances americano, con potenziali effetti sulla credibilità degli impegni internazionali di Washington.
Mentre i ricorsi seguono il loro corso, il Kennedy Center continua a operare senza interruzioni, dopo che lo stesso giudice ha bloccato il piano di chiusura per ristrutturazioni voluto dal board trumpiano. La partita giudiziaria, però, è appena cominciata e potrebbe arrivare fino alla Corte Suprema. Per l’Europa, abituata a negoziare con un interlocutore stabile, l’ennesima dimostrazione di un esecutivo che spinge sui limiti costituzionali rappresenta un fattore di imprevedibilità, sia sul fronte della cooperazione culturale sia su quello della mobilità dei talenti, in un momento in cui la competizione globale per l’innovazione non concede pause.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | 0.00 | neutral |
Il consiglio del Kennedy Center, nominato personalmente da Trump, sta facendo una corsa contro il tempo per mantenere il suo nome sulla facciata, presentando un appello contro la sentenza che ha dichiarato illegale la ridenominazione. La manovra legale dell'ultimo minuto mira a ritardare l'ordine di rimozione a poche ore dalla scadenza.
Il consiglio del Kennedy Center ha votato per contestare un ordine del tribunale che impone la rimozione del nome del presidente Trump dalla facciata dell'edificio. La decisione di presentare appello è stata riferita dopo una riunione del consiglio.
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