
Il fallimento militare a Hormuz e l’asse Pechino-Teheran ridisegnano la scena
Sospesa l’operazione americana nello Stretto di Hormuz, il ministro iraniano Araghchi vola a Pechino. Il summit Trump-Xi si annuncia decisivo ma incerto.
La notizia che ha scosso i corridoi della diplomazia internazionale è giunta nella stessa ora in cui l’aereo del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi toccava il suolo cinese: Donald Trump ha sospeso dopo appena ventiquattro ore l’operazione militare “Project Freedom”, il tentativo di riaprire con la forza lo Stretto di Hormuz. Un passo indietro che, secondo gli analisti di Washington, porta la firma dell’evidenza: l’impresa si era rivelata ben più costosa del previsto, con le mine navali e le barriere aeree iraniane a trasformare ogni passaggio in un azzardo. Da Teheran, dove il regime considera Hormuz la propria leva geopolitica per eccellenza, il messaggio è stato raccolto con cautela ma anche con una punta di trionfo: la resistenza ha funzionato, e ora la palla passa alla Cina.
Per Pechino, la visita di Araghchi arriva nel momento più propizio. Il presidente Xi Jinping si prepara ad accogliere Trump il 14 e 15 maggio – primo viaggio di un presidente americano in Cina da quasi un decennio – e si trova nella posizione di mediatore tra un alleato commerciale di lunga data, l’Iran, e un interlocutore impaziente di chiudere un conflitto che logora la sua immagine. L’ottica di Pechino è gelida e calcolatrice: se nessun accordo sarà raggiunto prima dell’arrivo di Trump, il capo della Casa Bianca arriverà con le mani legate, costretto a negoziare su un terreno che la Cina ha già dissodato. Nel frattempo, l’espansione degli strumenti di pressione economica cinese contro gli Stati Uniti – dazi mirati, blocchi alle esportazioni di terre rare, minacce sul debito americano – rende l’equilibrio ancora più precario.
A complicare lo scenario si inserisce la questione di Taiwan, che per Taipei è una spada di Damocle in vista del vertice. I servizi di intelligence taiwanesi hanno denunciato possibili “manovre” di Pechino per ottenere da Trump un’attenuazione della storica politica americana sull’isola in cambio di acquisti di aeromobili e prodotti agricoli. Un ex alto funzionario del Pentagono, Randall Schriver, ha però tagliato corto: Trump darà priorità al commercio, alla tregua tariffaria raggiunta l’anno scorso a Busan, e lascerà le questioni strategiche sullo sfondo. Ma la fragilità di questa impostazione è evidente a Bruxelles, dove si segue con apprensione la possibilità che un accordo-tampone tra i due giganti venga sigillato su dossier caldi – Iran e Taiwan – ignorando le ricadute per l’Europa e per l’Italia, esposta a un’eventuale interruzione delle rotte energetiche attraverso il Golfo.
La cronaca, tuttavia, suggerisce che il vertice potrebbe risolversi in una passerella di annunci superficiali: acquisti di soia, licenze per motori a reazione, dichiarazioni di cooperazione. Come scrivono gli osservatori più disincantati, la cornice di gala del Great Hall of the People mal si concilia con la realtà di una tregua in Iran già incrinata e di un conflitto che, dopo 68 giorni, non mostra segni di esaurimento. Se Trump arriverà a Pechino con la coda del fallimento di Hormuz ancora tra le gambe, Xi potrà dettare l’agenda. E allora, per l’Italia e per l’Unione Europea, si apriranno due interrogativi destinati a pesare a lungo: chi garantirà la libertà di navigazione nello Stretto se gli Stati Uniti arretrano, e quale spazio resterà per una diplomazia europea che finora ha guardato il dramma dall’esterno?
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