
Trump insulta Ilhan Omar, lei lo accusa di crimini: il duello che infiamma l’America
L’ultimo scontro tra Donald Trump e la deputata democratica Ilhan Omar segna un nuovo, preoccupante confine nel dibattito pubblico americano. Durante un comizio in Florida, il presidente statunitense ha descritto la Somalia – paese d’origine della parlamentare – come “un posto sporco, senza governo né polizia, dominato dal crimine”, per poi accusare la stessa Omar di aver sposato il proprio fratello, un’affermazione priva di qualsiasi fondamento giuridico o fattuale. Le parole di Trump, diffuse in un video dalla pagina ufficiale della Casa Bianca, non si sono limitate all’attacco personale: hanno dipinto l’intera comunità somala come una minaccia per gli Stati Uniti, invitando la deputata a “tornarsene via”. Una retorica che, secondo osservatori di Washington, mira a mobilitare la base elettorale repubblicana in vista delle elezioni di medio termine, giocando sulla paura dell’immigrazione e sull’alterità culturale.
La risposta di Ilhan Omar non si è fatta attendere. In un messaggio pubblicato su X, la deputata del Minnesota ha ribaltato l’accusa, definendo Trump “un criminale con 34 condanne penali, ritenuto responsabile per violenza sessuale e accusato di pedofilia”. La sua domanda – “come può qualcuno umiliarsi volontariamente in questo modo?” – ha riecheggiato oltre i confini americani. Al Cairo si è sottolineata la portata islamofoba dell’uscita presidenziale, mentre a Teheran i media hanno colto l’occasione per denunciare la supposta ipocrisia della democrazia statunitense, che elegge un presidente condannato e lascia spazio a un linguaggio altrimenti inammissibile. A Bruxelles, intanto, l’episodio ha riacceso le preoccupazioni sullo stato di salute delle istituzioni americane, con implicazioni per l’intera alleanza atlantica: un leader che attacca una collega eletta sulla base di stereotipi etnici indebolisce la credibilità degli Usa come baluardo dei diritti civili.
A rendere ancora più complesso il quadro è la rivelazione, emersa nello stesso discorso in Florida, che persino Melania Trump critica il comportamento del marito, giudicando le sue danze finali ai comizi “poco presidenziali”. Trump ha minimizzato la cosa, replicando di essere avanti di venti punti nei sondaggi: un dettaglio che, visto dall’Europa, rivela un presidente sempre più incurante dei vincoli formali del suo ruolo. Per l’Italia, dove il dibattito su immigrazione e integrazione resta incandescente, lo scontro Trump-Omar ha una risonanza particolare: richiama le tensioni tra sovranismo e difesa delle minoranze, e la tentazione di trasformare il dissenso politico in delegittimazione personale. Mentre la campagna elettorale americana si avvicina al giro di boa, il duello tra il tycoon e la deputata somalo-americana si configura come una cartina di tornasole della polarizzazione che attraversa le democrazie occidentali. La posta in gioco non è solo la rielezione di Trump, ma il modo in cui si racconta – e si difende – il pluralismo.
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