
Trump riclassifica la marijuana medica: segnali di apertura per l’Italia e l’Europa
Il governo Trump ha compiuto un passo che molti osservatori definiscono epocale per la politica americana sulle droghe: l’atto procuratore generale facente funzioni Todd Blanche ha firmato un ordine che ricolloca la marijuana a uso medico – autorizzata dalla Food and Drug Administration o disciplinata dai singoli Stati – dalla categoria più restrittiva (Schedule I) a quella meno severa (Schedule III) del Controlled Substances Act. Non si tratta di una legalizzazione, ma di un riconoscimento formale del valore terapeutico del cannabis, che lo accomuna a farmaci come alcuni oppioidi deboli o il ketamina. La mossa, preparata da un decreto presidenziale dello scorso dicembre, apre la strada a una ricerca scientifica più agevole e a una maggiore accessibilità per i pazienti, mentre a giugno è già fissata un'udienza per valutare un'estensione della riclassificazione a tutto lo spettro della sostanza.
La decisione, tuttavia, non cancella le profonde disuguaglianze territoriali che segnano l'applicazione della legge negli Stati Uniti. Come emerge da analisi condotte da istituti di ricerca, gli arresti per possesso di marijuana rimangono frequenti in quelle regioni – prevalentemente del Sud e del Midwest – dove la legislazione statale non ha ancora allentato le maglie del proibizionismo. Se in California o in Colorado il consumo è ormai normalizzato, in Texas o in Alabama la polizia federale continua a perseguire reati minori con pene sproporzionate. Il provvedimento di Washington, se da un lato segna un'importante discontinuità sul piano simbolico e normativo, dall'altro lascia intatta la discrezionalità degli Stati, creando un mosaico giuridico che rende difficile una piena armonizzazione.
Da Bruxelles, gli analisti europei osservano con attenzione questa evoluzione. Per l'Unione, che già dibatte da anni sulla revisione della propria strategia antidroga, la scelta americana potrebbe fungere da catalizzatore per un ripensamento delle politiche restrittive. A Roma, dove la legge del 2016 ha introdotto la cannabis terapeutica ma il suo accesso resta ostacolato da lentezze burocratiche e resistenze culturali, il modello statunitense – con il suo equilibrio tra riconoscimento medico e controllo federale – viene studiato come possibile ispirazione per semplificare le procedure e ampliare la ricerca clinica. L'ottica di Pechino, invece, è diametralmente opposta: la Cina, che considera il cannabis una droga pericolosa senza alcuna attenuante, legge la mossa di Trump come un ulteriore cedimento dell'Occidente alla logica della liberalizzazione, e teme che possa indebolire la propria campagna repressiva interna.
Guardando avanti, l'udienza di giugno rappresenta il vero crocevia. Se la DEA dovesse estendere la riclassificazione a tutta la marijuana – non solo a quella a uso medico – si aprirebbe la strada a una depenalizzazione federale parziale, con effetti immediati sull'industria, sulla ricerca e sulle politiche sanitarie. Per l'Italia e l'Europa, il segnale è chiaro: il dibattito sulla cannabis non è più confinabile ai margini, ma investe la credibilità stessa delle strategie di salute pubblica e la coerenza dei sistemi giuridici. La prossima mossa di Washington potrebbe accelerare un cambiamento che, da tempo, molti governi europei affrontano con cautela e non senza contraddizioni.
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