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sabato 25 aprile 2026

Il plotone d'esecuzione torna nelle carceri federali: Trump riapre la stagione della pena capitale

A quasi due decenni dall'ultima esecuzione per fucilazione in territorio americano, il Dipartimento di Giustizia ha formalmente riabilitato il plotone d'esecuzione, l'elettrocuzione e l'asfissia da gas come metodi per le condanne capitali federali, in quello che appare come il più vistoso inasprimento della politica penale statunitense dai primi anni Duemila. Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha presentato un rapporto di quarantotto pagine che abroga di fatto la moratoria introdotta dall'amministrazione Biden e ripristina il protocollo di iniezione letale a base di pentobarbital — lo stesso barbiturico con cui, negli ultimi mesi del primo mandato di Donald Trump, furono giustiziati tredici condannati federali dopo una sospensione durata vent'anni: un ritmo che nessun presidente aveva tenuto nella storia moderna, e che ora si intende non solo replicare ma accelerare.

La decisione affonda le radici in un problema logistico che ha finito per diventare un campo di battaglia ideologico: la cronica difficoltà di reperire i farmaci per le iniezioni letali, dovuta al rifiuto delle case farmaceutiche europee — e in misura crescente anche statunitensi — di fornire sostanze destinate alle esecuzioni. Secondo gli analisti di Bruxelles, questa resistenza, rafforzata dal regolamento comunitario che vieta l'esportazione di beni utilizzabili a scopo di tortura o pena capitale, ha creato un collo di bottiglia che l'amministrazione Trump ha scelto di aggirare non sul piano diplomatico, bensì riesumando tecnologie di morte che l'Occidente considerava confinate all'archeologia giudiziaria. L'ottica di Pechino, attenta a ogni incrinatura nella coesione valoriale dell'alleanza transatlantica, legge la mossa come un ulteriore segnale di distacco dell'America trumpiana dal consesso dei Paesi che hanno archiviato la pena capitale.

Sul fronte italiano ed europeo, la reazione è di profondo turbamento. Il nostro ordinamento costituzionale ha espunto la pena di morte nel 1994 cancellandola anche dalle leggi militari di guerra, e l'Italia è da decenni tra i promotori di iniziative Onu per una moratoria universale. Non sorprende quindi che da Roma e dalle cancellerie del continente si osservi con allarme il riemergere di pratiche come la fucilazione, che evocano un'idea arcaica e spettacolarizzata della giustizia. Francesco Bergoglio, dal soglio pontificio, è tornato instancabilmente a chiedere l'abolizione di ogni sentenza capitale: un appello che oggi suona come una sfida diretta alla Casa Bianca.

L'impatto pratico immediato resta circoscritto: Joe Biden, prima di lasciare la presidenza, ha commutato trentasette delle quaranta condanne federali in ergastolo, lasciando appena tre detenuti nel braccio della morte federale. Ma la portata simbolica e prospettica è ben più ampia. Il Dipartimento di Giustizia ha già autorizzato la richiesta di pena capitale per quarantaquattro imputati, in un ventaglio di reati che include il terrorismo e l'omicidio di agenti di polizia, e le nuove regole mirano a ridurre drasticamente gli anni tra condanna ed esecuzione. In un'America già attraversata da profonde fratture sul piano dei diritti civili, la reintroduzione del plotone d'esecuzione rischia di trasformare la pena di morte da questione giudiziaria a ennesimo terreno di scontro culturale, con ripercussioni destinate a pesare anche sul già logorato dialogo tra Washington e i suoi alleati democratici.

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sabato 25 aprile 2026

Il plotone d'esecuzione torna nelle carceri federali: Trump riapre la stagione della pena capitale

A quasi due decenni dall'ultima esecuzione per fucilazione in territorio americano, il Dipartimento di Giustizia ha formalmente riabilitato il plotone d'esecuzione, l'elettrocuzione e l'asfissia da gas come metodi per le condanne capitali federali, in quello che appare come il più vistoso inasprimento della politica penale statunitense dai primi anni Duemila. Il procuratore generale ad interim Todd Blanche ha presentato un rapporto di quarantotto pagine che abroga di fatto la moratoria introdotta dall'amministrazione Biden e ripristina il protocollo di iniezione letale a base di pentobarbital — lo stesso barbiturico con cui, negli ultimi mesi del primo mandato di Donald Trump, furono giustiziati tredici condannati federali dopo una sospensione durata vent'anni: un ritmo che nessun presidente aveva tenuto nella storia moderna, e che ora si intende non solo replicare ma accelerare.

La decisione affonda le radici in un problema logistico che ha finito per diventare un campo di battaglia ideologico: la cronica difficoltà di reperire i farmaci per le iniezioni letali, dovuta al rifiuto delle case farmaceutiche europee — e in misura crescente anche statunitensi — di fornire sostanze destinate alle esecuzioni. Secondo gli analisti di Bruxelles, questa resistenza, rafforzata dal regolamento comunitario che vieta l'esportazione di beni utilizzabili a scopo di tortura o pena capitale, ha creato un collo di bottiglia che l'amministrazione Trump ha scelto di aggirare non sul piano diplomatico, bensì riesumando tecnologie di morte che l'Occidente considerava confinate all'archeologia giudiziaria. L'ottica di Pechino, attenta a ogni incrinatura nella coesione valoriale dell'alleanza transatlantica, legge la mossa come un ulteriore segnale di distacco dell'America trumpiana dal consesso dei Paesi che hanno archiviato la pena capitale.

Sul fronte italiano ed europeo, la reazione è di profondo turbamento. Il nostro ordinamento costituzionale ha espunto la pena di morte nel 1994 cancellandola anche dalle leggi militari di guerra, e l'Italia è da decenni tra i promotori di iniziative Onu per una moratoria universale. Non sorprende quindi che da Roma e dalle cancellerie del continente si osservi con allarme il riemergere di pratiche come la fucilazione, che evocano un'idea arcaica e spettacolarizzata della giustizia. Francesco Bergoglio, dal soglio pontificio, è tornato instancabilmente a chiedere l'abolizione di ogni sentenza capitale: un appello che oggi suona come una sfida diretta alla Casa Bianca.

L'impatto pratico immediato resta circoscritto: Joe Biden, prima di lasciare la presidenza, ha commutato trentasette delle quaranta condanne federali in ergastolo, lasciando appena tre detenuti nel braccio della morte federale. Ma la portata simbolica e prospettica è ben più ampia. Il Dipartimento di Giustizia ha già autorizzato la richiesta di pena capitale per quarantaquattro imputati, in un ventaglio di reati che include il terrorismo e l'omicidio di agenti di polizia, e le nuove regole mirano a ridurre drasticamente gli anni tra condanna ed esecuzione. In un'America già attraversata da profonde fratture sul piano dei diritti civili, la reintroduzione del plotone d'esecuzione rischia di trasformare la pena di morte da questione giudiziaria a ennesimo terreno di scontro culturale, con ripercussioni destinate a pesare anche sul già logorato dialogo tra Washington e i suoi alleati democratici.

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